ANKARA CONVOCA LA NATO

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Bombardamenti reciproci tra Siria e Turchia. Riunione dell’Alleanza nella notte

Mentre scriviamo l’ufficio del premier turco Erdogan informa da Ankara che la Turchia, paese della Nato, ha per la prima volta «bombardato obiettivi in Siria in risposta ai colpi di mortaio caduti ieri in territorio turco che hanno provocato 5 vittime». E sempre l’ufficio del premier turco ha subito dopo informato che la Turchia ha chiesto e ottenuto che sia convocata una riunione urgente della Nato «dopo i colpi di mortaio esplosi in territorio turco e provenienti dalla Siria». Appellandosi alla pericolosa clausola del Patto atlantico che prevede l’entrata in guerra dell’Alleanza a difesa di uno dei paesi alleati aggrediti, com’è accaduto per l’ 11 Settembre e poi per la guerra afghana.

E, a proposito di bombardamenti, stavolta nel fronte interno della guerra civile, ieri quattro, forse cinque autobomba scagliate al cuore di Aleppo hanno raso al suolo palazzi e lasciato sul terreno 48 morti, militari ma anche civili innocenti, nella più grande delle città del paese, al centro di una battaglia decisiva per la guerra civile in corso nel paese. Un attacco kamikaze di inaudita violenza, con scene di devastazione che ricordano molto da vicino quelle viste in passato dopo gli attentati compiuti dagli uomini bomba di al Qaeda nel confinante Iraq. I ribelli siriani usano sempre di più la violenza stragista, non diversa nella sostanza dal fuoco dell’artiglieria dell’esercito governativo che in questi mesi ha ridotto in macerie intere zone residenziali in varie città. E, in tutti i casi, a pagare sono anche i civili. Per portata e significato il mega attentato di ieri ad Aleppo assomiglia a quello che lo scorso luglio a Damasco decapitò i vertici della sicurezza e della difesa del regime. L’attacco di luglio diede il via all’offensiva di 5 mila ribelli armati nella capitale, convinti che il colpo inflitto avrebbe fatto crollare il regime. Ieri le autobomba hanno dato il via libera a un fitto bombardamento a colpi di mortaio da parte dei ribelli sulle posizioni delle truppe regolari.

Come nel caso di Damasco l’intento è stato quello di infliggere un colpo durissimo al regime e dimostrare che i servizi segreti non sono in grado di tenere sotto controllo la situazione. Qualcuno ha anche ipotizzato che l’intento degli attentatori fosse quello di colpire lo stesso presidente siriano Bashar Assad che, secondo alcuni giornali, si trova ad Aleppo per seguire le operazioni militari ed avrebbe ordinato di spostare in città i 30mila uomini della regione di Harna. L’ipotesi è inconsistente. Perché non vi è certezza della presenza di Assad ad Aleppo e perché il presidente siriano sarebbe comunque rimasto a distanza di sicurezza della città, ormai spaccata in due: ad ovest sotto il controllo delle truppe governative e ad est in buona parte nelle mani dei ribelli dell’Esercito libero siriano, la milizia dell’opposizione.

Ieri le autobomba sono esplose, intorno alle 6.30 italiane, proprio nella zona occidentale, che pure è sorvegliata da ingenti forze militari e di sicurezza. La prima ha raso al suolo il circolo degli ufficiali dell’esercito ed è stata seguita da una raffica di esplosioni più piccole che ha colpito piazza Saadallah Jabiri, che collega la zona dei mercati antichi con la parte moderna di Aleppo. L’agenzia di stampa ufficiale Sana ha riferito di tre autobomba esplose tra il lato orientale della piazza e l’angolo con un noto albergo. Le immagini diffuse dall’agenzia mostravano gli edifici di piazza Jabiri sventrati dalle esplosioni e la distruzione dell’antico caffè Juha, all’angolo con via Shukri Quwatli. L’Osservatorio nazionale dei diritti umani in Siria, con sede a Londra e vicino all’opposizione, ha aggiunto che c’è stato un attacco anche contro la sede della Sicurezza politica e parlato di una quarta autobomba esplosa vicino alla Camera di Commercio a Bab Janin che avrebbe ucciso almeno una persona.

La guerra civile ieri ha fatto altri venti morti nel campo profughi palestinese di Yarmouk (Damasco). Colpi di artiglieria e di mortaio sarebbero stati sparati in diverse strade nei pressi della moschea che si trova all’interno del campo. A Yarmouk vive la più numerosa comunità di profughi palestinesi della Siria e già ad agosto il campo era stato preso di mira da bombardamenti che avevano fatto almeno 15 vittime. Ha fatto cinque morti e nove feriti invece l’esplosione del proiettile di mortaio siriano caduto in Turchia ad Akcakale, lungo il confine tra i due paesi. Negli ultimi 15 giorni la cittadina è stata colpita più volte da proiettili vaganti e da un colpo di mortaio provenienti dagli scontri dall’altra parte del confine.
Non è chiaro quale delle due parti in guerra in Siria sia responsabile dell’incidente ma il ministro degli esteri turco Ahrnet Davutoglu ha subito puntato l’indice contro Bashar Assad e informato subito dell’accaduto il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen. Ieri si è appreso anche dell’arresto dell’avvocato Khalil Maatuk, da anni impegnato nella difesa dei dissidenti e prigionieri politici e con cui il regime, in passato, aveva detto di voler aprire un dialogo politico.

(da Il Manifesto, 4-10-2012)




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