Anglicani, il «mea culpa» per lo schiavismo.

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Avvenire
01/03/2007

Elisabetta Del Soldato

Anglicani, il «mea culpa» per lo schiavismo

Una marcia si terrà il 24 marzo a Londra per chiedere scusa per le deportazioni, guidata dagli arcivescovi di Canterbury e di York

Il mea culpa della Chiesa Anglicana per lo schiavismo comincerà dalle strade di Londra il prossimo 24 marzo con una marcia che sarà guidata dalle due cariche ecclesiastiche più alte, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams e quello di York John Sentamu. Con questo evento, in cui migliaia di persone caricheranno una croce gigantesca per diverse miglia, i due leader intendono esprimere il pentimento per la complicità della Chiesa di Inghilterra nella tratta degli schiavi. Il walk of witness, così è stata chiamata la processione, coinciderà con il bicentenario dell’abolizione della schiavitù e rappresenta l’ultima fase del pentimento della Chiesa Anglicana dal febbraio dell’anno scorso, quando il Sinodo Generale votò per scusarsi per il suo coinvolgimento nello schiavismo. Da allora parole di rimorso sono state espresse anche dal mondo della politica: solo tre mesi fa il primo ministro britannico Tony Blair confessò il suo più «profondo dispiacere» per il ruolo della Gran Bretagna nella tratta degli schiavi transatlantica mentre John Prescott, vicepremier, ha confermato qualche giorno fa che guiderà le commemorazioni nazionali durante il bicentenario. Un sentimento generale di mea culpa ha visto coinvolte anche organizzazioni per la tutela del patrimonio artistico e culturale tra cui l’English Heritage e il National Trust le quali hanno espresso rammarico per il fatto che alcune proprietà che possiedono furono comprate con soldi prodotti dalla schiavitù. Williams e Sematu sperano di radunare sulle strade di Londra più di ottomila persone nella marcia del 24 marzo che seguirà due itinerari: il primo comincerà in Kennington Park nel sud della capitale, con una messa all’aria aperta; mentre il secondo, guidato dagli arcivescovi, partirà da Whitehall con un momento di raccoglimento e riflessione perché, ha spiegato Sematu che è originario dell’Uganda e conta schiavi tra i suoi antenati, «questa marcia deve segnare l’inizio del processo di guarigione». Da Whitehall proseguiranno verso i Victoria Tower Gardens dove verranno recitate preghiere e poi per Lambeth Bridge: da questo punto i “pellegrini” rispetteranno il silenzio. L’itinerario che attraversa il Tamigi è simbolico della traversata atlantica di oltre dieci milioni di africani verso le Americhe tra il quindicesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo. I partecipanti saranno inoltre invitati a firmare una petizione che chiede al governo di agire contro ogni forma di schiavitù moderna come per esempio il commercio sessuale dall’Europa dell’Est o quello di bambini dall’Africa. Secondo un rapporto recente di Save The Children, un ente di carità che si occupa della tutela dei minori, cinquanta bambini portati in Gran Bretagna a scopo di schiavitù sono scomparsi e altri ottanta, originari dell’Africa, Cina, Sud Asia ed Europa dell’Est sono stati ritrovati dalle autorità locali a Manchester, Newcastle e Birmingham. Qualche giorno fa uno degli organizzatori della marcia ha paragonato lo schiavismo all’Olocausto. «Viviamo ancora – ha spiegato Rose Hudson-Wilkin, presidente del Comitato Anglicano per le minoranze etniche – con l’eredità dello schiavismo. Il messaggio dei neri in questo paese è molto chiaro: anche noi, sostengono, abbiamo avuto il nostro Olocausto, milioni di noi sono stati uccisi ed è giusto che questo venga riconosciuto». Ma esiste una parte della popolazione britannica secondo cui il biasimo non può cadere tutto sull’Europa: gli arabi, sostengono, hanno praticato la tratta degli schiavi molto prima del quindicesimo secolo mentre i re e i mercanti africani catturavano e vendevano i loro parenti in cambio di merci e armi.

Marco Fontana

Il primo paese a proibire la tratta degli schiavi fu la Repubblica Serenissima di Venezia nel 960 d.C., con la promissione del XXII Doge Pietro IV Candiano.

In epoca moderna una svolta di portata mondiale nel processo di abolizione avvenne in Inghilterra. Dopo 7 proposte di legge presentate da William Wilberforce (con l’appoggio di Thomas Clarkson a partire dal 1792, il 25 marzo 1807 il Parlamento approvò lo Slave Trade Act, effettivo dal 1 gennaio 1808, innescando così un processo che avrebbe portato all’abolizione da parte delle altre potenze coloniali. Certamente l’Inghilterra traeva dall’abolizione della tratta degli schiavi anche un vantaggio politico, in particolare ai danni della Francia che invece continuava a praticarla. A partire dalla stessa data il commercio degli schiavi con l’estero veniva proibito anche dagli Stati Uniti.

Nel trattato del 30 marzo 1814, concluso a Parigi tra la Francia e la Gran Bretagna, furono assunti da parte francese impegni formali di abolizione della tratta, seguiti poi da analoghi impegni da parte dei Paesi Bassi (15 giugno 1814).

Nel frattempo al Congresso di Vienna all’allegato 15 dell’Atto finale (8 febbraio 1815) venne sottoscritta una Dichiarazione contro la tratta dei negri.




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