Anche il dialetto argine per l’ascesa dell’inglese.

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LA RESISTIBILE ASCESA DELL’INGLESE.

IL RISCATTO DEL DIALETTO.

di Pino Casamassima.

«Un twitter del premier è entrano nella sua road map». C’è da chiedersi quante nostre nonnine avranno capito questo titolo da un telegiornale. Molte espressioni anglosassoni – complice il linguaggio commerciale – hanno contaminato la comunicazione quotidiana, a discapito della lingua italiana. Fa piacere che alcuni studenti di Leno abbiano realizzato un video sul terzo canto dell’Inferno, ma dispiace che sui social network avvengano scambi in un inglese maccheronico. Una tendenza nefasta che per fortuna pare destinata a tramontare. In «Smart», un saggio per ora pubblicato solo in Francia, Frédéric Martel sostiene che prossimamente la pluralità della Rete favorirà una pluralità di culture, quindi di linguaggi. A dispetto di un linguaggio unico e di un conseguente pensiero unico. In «1984», il capolavoro di George Orwell, il Grande Fratello controlla lo stato totalitario di Oceania inventando e imponendo la Neolingua. La lingua, per le dittature, rappresenta da sempre una formidabile forma di controllo. Il fascismo tentò l’autarchia linguistica: pastiglia, non cachet, autista, non chauffeur. In pubblico era vietatissimo parlare in dialetto. Quel dialetto che invece può rappresentare un argine contro la deriva di quell’altra neolingua disinvoltamente usata su Facebook: un simil-inglese. Un idioma sconosciuto: nato in Rete, ma lì confinato, in un recinto virtuale. Un linguaggio che evapora appena si chiude il collegamento. Fuori, nella società reale, tornano così a essere utilizzati l’italiano e il dialetto: l’espressione di un luogo – nella nostra fattispecie il bresciano – che diventa barriera contro l’omologazione della lingua (e del pensiero). Per Martel, quella improbabile neolingua sarà spodestata da una pluralità di linguaggi dei vari territori di una nazione, ricostruendo le radici. In questa prospettiva la demonizzazione dei dialetti è retroguardia culturale. Perché i dialetti sono in aggiunta, non in sostituzione dell’italiano. L’uso del dialetto è un arricchimento, non una diminutio , com’era un tempo quando l’italiano era il vestito della festa da balbettare con gli estranei del territorio e degli affetti. Da un’indagine avvilente risulta che la precipitazione dei dialetti nella suburra della comunicazione non ha favorito l’italiano: maturandi di quarant’anni fa usavano infatti molte più parole (italiane) degli attuali. E poche parole producono poche idee, perché sono le parole a formare il pensiero, non viceversa. La violenza – che nei giorni scorsi ha avuto la sua ennesima e ignobile rappresentazione a margine di una partita di calcio – è il trionfo della non-parola: estensione fisica di una pulsione primitiva, tanto più praticata quanto più povero è il linguaggio. La miseria del linguaggio soffoca le emozioni: una ricerca ha spiegato come l’alto numero dei suicidi che si verificavano a Tahiti fossero conseguenza del fatto che i tahitiani non possedevano una parola capace di indicare la sofferenza psichica: gli era sconosciuto il concetto di dolore spirituale, e soprattutto la possibilità di esorcizzarlo. Con la parola.
(Dal Corriere della Sera, 9/5/2014).




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