Anche Camilleri preoccupato per la lingua italiana

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Premio Boccaccio

Camilleri: “Senza dialetti siamo diventati una colonia”

La XXVI edizione del Premio letterario “Giovanni Boccaccio” di Certaldo va in archivio con un messaggio di impegno per la salvaguardia della lingua, dei suoi dialetti, della grande narrativa e della buona stampa. Il premio è stato assegnato dalla giuria, presieduta da Sergio Zavoli, ad Andrea Camilleri per la “Novella di Antonello da Palermo” nella quale lo scrittore siciliano si è immerso nella lingua toscana del Trecento

di Alberto Andreotti

Andrea Camilleri toscano fra i toscani. Un camaleonte capace di creare alchimie linguistiche a comando? Niente affatto, lo scenografo – scrittore di Porto Empedocle con la Toscana ha stretto legami antichi.

“Intanto la nonna di mia moglie era proprio originaria di Certaldo – dice – Si chiamava Emilia Gori e negli archivi parrocchiali della città del Boccaccio ci deve essere traccia della sua nascita. Poi ho una casa a Santa Fiora, sulle pendici dell’Amiata e mi appassiona sentir parlare i vecchi con quel bel dialetto che loro chiamano ‘il ciolo’”.

Scusi Camilleri, ma i toscani un dialetto vero e proprio non ce l’ hanno, praticamente parlano l’italiano: è una fortuna o una sfortuna?

“I toscani sono fortunati, perbacco! Parlano la lingua di Dante e di Boccaccio. Da tante parti ci sono poi delle espressioni autonome che si possono definire dialetto. Vede, il dialetto per l’Italia è stata una grandissima cosa, la sua perdita graduale ci sta trasformando in una colonia anglosassone. Pirandello diceva che usava la lingua per esprimere un concetto, mentre usava il dialetto per esprimere un sentimento”.

Allora queste sue incursioni nella lingua del Boccaccio con la “Novella di Antonello da Palermo” e in quella seicentesca del Caravaggio con “Il colore del sole” vanno intese come omaggio alla lingua italiana?

“Certamente. Con Caravaggio sono stato avvantaggiato. Lui, come zu’ Bernardo Provenzano, scriveva dei ‘pizzini’, dai quali si poteva ricostruire come parlasse tutti i giorni. Con Boccaccia è stato più difficile. Amavo il Decamerone sin da ragazzo (e non proprio per motivi letterari, ma perché era un libro… proibito); quando mi sono cimentato nella Novella ho fatto un’immersione totale (e, come vede, non ho usato l’inglese), me lo sono recitato ad alta voce, poi ho cercato di mimarlo. Ma non è possibile uguagliare la forza di certi aggettivi. Insomma è un falso e si vede”.

Certi critici dicono che anche il siciliano dei suoi romanzi polizieschi sia un falso.

“No, è siciliano vero che io ho adattato perché fosse comprensibile a tutti. E questo l’ho imparato da Eduardo De Filippo, con il quale ho curato le sceneggiature delle commedie per la tv. Lui riscriveva frasi intere perché il suo napoletano fosse comprensibile: un conto è il teatro – diceva – un altro è la tv”.

A proposito, dove va la tv di oggi?

“Per me va a catafascio. Come la letteratura e la lingua stessa. Ho una paura fottuta che l’italiano venga inquinato, catalogato. Se la lingua fa questa fine, si perde l’identità di un popolo”.

Quale consiglio darebbe ai ragazzi?

“Di leggere, malgrado gli insegnanti. O meglio, prendete i consigli dei vostri maestri come pretesto per leggere altre cose. Fatevi venire delle curiosità personali”.

(Da La Nazione, 9/9/2007).

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