Analfabetismo in Italia

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Il Centro europeo dell’Educazione : « Analfabetismo, Italia come i Paesi dell’Est »

L’ignoranza dietro l’angolo

Nella Ue dei quindici, solo il Portogallo è meno scolarizzato di noi

di Lorenzo Bianchi

Due milioni di persone non sanno né leggere né scrivere. E altri venti lo fanno con fatica. Un quarto della nostra popolazione ha conseguito solo la licenza elementare. Appena il 34,5 per cento sa “padroneggiare un testo”

Un popolo di santi, poeti, navigatori e ignoranti. L’allarme lanciato dall’Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo, in sigla Unla, potrebbe essere tradotto così, caricando un po’ i toni.Gli analfabeti veri e propri sono solo poco più di due milioni, ma quelli che sudano sette camicie a leggere, a scrivere e a far di conto sono un’altra ventina. Sommando a questa fascia quella a “medio rischio alfabetico” si arriva al 65,5 per cento. Un record poco invidiato che ci colloca nell’ordine delle cifre dei paesi dell’Est (Polonia 77,2, Ungheria 76,6). All’interno dell’Europa a quindici peggio del Bel Paese sta solo il Portogallo con il suo 77 per cento, lontano anni luce dal 52,1 del Regno Unito e dal 48,6 della Germania.

I test

Per capire i dati è utile interrogarsi su quale terribile quesito spaventi gli italiani “ad alto rischio alfabetico”, il 34,6 per cento, e quelli a “medio rischio alfabetico”, l’altro 30,9 per cento. Le cifre sono il frutto di una minuziosa ricerca di Vittoria Gallina, del Centro Europeo dell’Educazione. Messa di fronte a una vignetta nella quale una donna per Paese regge una paletta con un numero che indica la percentuale di insegnanti femmine, la prima fascia non sa dire, per esempio, quale cifra indichi la quota della Grecia. In alternativa, la dura prova di un modulo per riservare un posto a teatro che quantifica il prezzo della poltrona e la somma per la prenotazione la rivela incapace di stabilire quanto costa complessivamente assistere allo spettacolo. I vacillanti “medi” si perdono d’animo di fronte alla tabella di un quotidiano sulle temperature, se gli chiedete di quanti gradi Bangkok era più calda di Seoul. I numeri descrivono un ritardo che la scolarizzazione di massa degli anni sessanta non è riuscita a colmare. L’associazione “3L2, “Life long learning”, nel suo primo quaderno del maggio 2002, ha fotografato un distacco pauroso dall’Europa sviluppata e civile. Un quarto della popolazione italiana ha abbandonato la scuola avendo in tasca una semplice licenza elementare. Battiamo in questa classifica solo Grecia, Portogallo e Spagna. Solo il 42 per cento degli italiani compresi nella fascia d’età che sta fra i 25 e i 64 anni si è diplomato. In Francia e nel Regno Unito il 62 per cento ha completato la scuola media superiore. Appena il 9 per cento degli italiani è laureato. Stanno peggio solo l’Austria e il Portogallo. La depressione di capacità alfabetica incide sul consumo di cultura. Solo centodue quotidiani venduti ogni mille abitanti, contro gli oltre 300 di Germania e Gran Bretagna. Nel 2000 il 38,3 per cento ha letto un libro non scolastico. In Francia si sale al 69 e nel Regno Unito al 76. Appena il 34,5 per cento, ha stabilito Vittoria Gallina, padroneggia efficacemente il “testo in prosa”. Il Bel Paese, l’Irlanda e il Belgio, hanno un tasso di partecipazione ad attività di formazione per adulti inferiore alla metà di quello che si registra in Germania e nel Regno Unito. Il presidente dell’”Unla”, Saverio Avveduto ha compulsato la statistica dell’Ocse “Education at Glace” e ha scoperto che nel 2003, su trenta Paesi presi in considerazione, l’Italia è al sest’ultimo posto per “deposito di conoscenze” nei cittadini che hanno superato i 25 anni. Arrancano alle sue spalle Spagna, Polonia, Portogallo, Turchia, Messico. L’abbandono dell’Università è più frequente solo in Polonia.

Declassati

Per l’istruzione gli Stati Uniti investono il 7 per cento del Prodotto interno lordo, la Corea il 7,1, l’Irlanda il 6,3, la Francia il 5,6, l’Italia il 4,9, esattamente come la Spagna. Nel 2003 i 540 Centri territoriali permanenti per l’educazione degli adulti (extracomunitari compresi), hanno ricevuto dallo stato un coriandolo finanziario, 9 milioni di euro per circa 400 mila frequentanti. Viviamo nell’era della conoscenza. Non meraviglia affatto che l’Imd di Losanna (International Institute for Management Development), compilando la graduatoria della competitività mondiale, abbia degradato il Bel Paese di cinque posti, dal diciottesimo del 2002 al ventitreesimo del 2003. (Da La Nazione, 1/2/2004).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il Centro europeo dell’Educazione : « Analfabetismo, Italia come i Paesi dell’Est »<br /><br />
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L’ignoranza dietro l’angolo<br /><br />
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Nella Ue dei quindici, solo il Portogallo è meno scolarizzato di noi<br /><br />
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di Lorenzo Bianchi<br /><br />
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Due milioni di persone non sanno né leggere né scrivere. E altri venti lo fanno con fatica. Un quarto della nostra popolazione ha conseguito solo la licenza elementare. Appena il 34,5 per cento sa “padroneggiare un testo”<br /><br />
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Un popolo di santi, poeti, navigatori e ignoranti. L’allarme lanciato dall’Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo, in sigla Unla, potrebbe essere tradotto così, caricando un po’ i toni.Gli analfabeti veri e propri sono solo poco più di due milioni, ma quelli che sudano sette camicie a leggere, a scrivere e a far di conto sono un’altra ventina. Sommando a questa fascia quella a “medio rischio alfabetico” si arriva al 65,5 per cento. Un record poco invidiato che ci colloca nell’ordine delle cifre dei paesi dell’Est (Polonia 77,2, Ungheria 76,6). All’interno dell’Europa a quindici peggio del Bel Paese sta solo il Portogallo con il suo 77 per cento, lontano anni luce dal 52,1 del Regno Unito e dal 48,6 della Germania.<br /><br />
I test<br /><br />
Per capire i dati è utile interrogarsi su quale terribile quesito spaventi gli italiani “ad alto rischio alfabetico”, il 34,6 per cento, e quelli a “medio rischio alfabetico”, l’altro 30,9 per cento. Le cifre sono il frutto di una minuziosa ricerca di Vittoria Gallina, del Centro Europeo dell’Educazione. Messa di fronte a una vignetta nella quale una donna per Paese regge una paletta con un numero che indica la percentuale di insegnanti femmine, la prima fascia non sa dire, per esempio, quale cifra indichi la quota della Grecia. In alternativa, la dura prova di un modulo per riservare un posto a teatro che quantifica il prezzo della poltrona e la somma per la prenotazione la rivela incapace di stabilire quanto costa complessivamente assistere allo spettacolo. I vacillanti “medi” si perdono d’animo di fronte alla tabella di un quotidiano sulle temperature, se gli chiedete di quanti gradi Bangkok era più calda di Seoul. I numeri descrivono un ritardo che la scolarizzazione di massa degli anni sessanta non è riuscita a colmare. L’associazione “3L2, “Life long learning”, nel suo primo quaderno del maggio 2002, ha fotografato un distacco pauroso dall’Europa sviluppata e civile. Un quarto della popolazione italiana ha abbandonato la scuola avendo in tasca una semplice licenza elementare. Battiamo in questa classifica solo Grecia, Portogallo e Spagna. Solo il 42 per cento degli italiani compresi nella fascia d’età che sta fra i 25 e i 64 anni si è diplomato. In Francia e nel Regno Unito il 62 per cento ha completato la scuola media superiore. Appena il 9 per cento degli italiani è laureato. Stanno peggio solo l’Austria e il Portogallo. La depressione di capacità alfabetica incide sul consumo di cultura. Solo centodue quotidiani venduti ogni mille abitanti, contro gli oltre 300 di Germania e Gran Bretagna. Nel 2000 il 38,3 per cento ha letto un libro non scolastico. In Francia si sale al 69 e nel Regno Unito al 76. Appena il 34,5 per cento, ha stabilito Vittoria Gallina, padroneggia efficacemente il “testo in prosa”. Il Bel Paese, l’Irlanda e il Belgio, hanno un tasso di partecipazione ad attività di formazione per adulti inferiore alla metà di quello che si registra in Germania e nel Regno Unito. Il presidente dell’”Unla”, Saverio Avveduto ha compulsato la statistica dell’Ocse “Education at Glace” e ha scoperto che nel 2003, su trenta Paesi presi in considerazione, l’Italia è al sest’ultimo posto per “deposito di conoscenze” nei cittadini che hanno superato i 25 anni. Arrancano alle sue spalle Spagna, Polonia, Portogallo, Turchia, Messico. L’abbandono dell’Università è più frequente solo in Polonia.<br /><br />
Declassati<br /><br />
Per l’istruzione gli Stati Uniti investono il 7 per cento del Prodotto interno lordo, la Corea il 7,1, l’Irlanda il 6,3, la Francia il 5,6, l’Italia il 4,9, esattamente come la Spagna. Nel 2003 i 540 Centri territoriali permanenti per l’educazione degli adulti (extracomunitari compresi), hanno ricevuto dallo stato un coriandolo finanziario, 9 milioni di euro per circa 400 mila frequentanti. Viviamo nell’era della conoscenza. Non meraviglia affatto che l’Imd di Losanna (International Institute for Management Development), compilando la graduatoria della competitività mondiale, abbia degradato il Bel Paese di cinque posti, dal diciottesimo del 2002 al ventitreesimo del 2003. (Da La Nazione, 1/2/2004).<br /><br />
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