An e Lega non parlano la stessa lingua

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Un ddl proposto da un deputato di Alleanza Nazionale sull'idioma italiano mette ulteriormente in crisi i rapporti all'interno dell'opposizione, in particolare tra il partito di Fini e quello leghista. L'intervento del presidente della Camera

Strano ma vero, nel nostro Parlamento si discute tra le tante cose anche del riconoscimento dell'italiano quale “lingua ufficiale della Repubblica”. Strano ma vero perché teoricamente non ce ne dovrebbe essere bisogno; ma non è così.

La proposta porta la firma di Angela Napoli, insieme a quella di altri deputati di altri schieramenti, e si prefigge di “aggiungere tra i valori fondanti della Costituzione italiana il riconoscimento della lingua italiana come unica lingua ufficiale -così recita il disegno di legge-, avente la precedenza su qualsiasi altra lingua e dialetti minoritari”.
L'esigenza di occuparsi di tale questione viene spiegata dalla stessa promotrice: una sorta di “tampone” da porre all'assetto costituzionale stabilito con la riforma del titolo V, attraverso il quale l'autonomia e le competenze riservate alle regioni, secondo l'onorevole Napoli hanno comportato un “evidente sintomo della profonda crisi di identità nazionale”.
“Proprio in questa fase -si legge nella proposta- si ritiene indispensabile riconoscere il ruolo della lingua italiana quale elemento costitutivo e identificante della comunità nazionale, a prescindere dalle diversità localistiche”. Secondo Angela Napoli, nata in provincia di Vercelli ma eletta alle ultime politiche nella circoscrizione XXIII della Calabria per le liste di Alleanza nazionale, il provvedimento si rende urgente per arginare “le forti tensioni secessioniste che investono non più soltanto le minoranze storiche nel territorio italiano, ma vaste zone del territorio nazionale sulla base di identità etniche (o dialetti) a volte meramente virtuali”.
Bisogna tener conto che, nel caso in cui la norma venisse approvata, essa entrerebbe a far parte dei “princìpi fondamentali” della Costituzione (all'articolo 12), insieme dunque al riconoscimento della bandiera nazionale quale simbolo della comune appartenenza dei cittadini italiani alla stessa Patria.

A dire il vero un testo, dai contenuti più o meno analoghi era già stato votato nella scorsa legislatura praticamente all'unanimità, eccetto la scontata posizione contraria della Lega, che aveva voluto introdurre alcune variazioni riguardanti i cosiddetti idiomi locali: un progetto all'epoca approvato dalla Camera e bloccato al Senato. In seguito, venne stabilita la tutela delle minoranze linguistiche quale elemento caratterizzante della nostra identità civile e politica.

“Stiamo facendo di tutto per convincere i rappresentanti della Lega che questa iniziativa non vuole prescindere dalla valutazione delle diversità linguistiche localistiche. Ai colleghi della Lega abbiamo ricordato di aver assunto l'impegno di predisporre una legge ordinaria per la loro valutazione. Non è solo un discorso di carattere culturale ma risponde all'esigenza di caratterizzare l'identità nazionale e contribuire a promuovere la nostra lingua nel mondo”.
Questa dichiarazione della Napoli mette chiaramente in luce la crisi di rapporti che il suo disegno di legge sta provocando tra An e Lega, la quale ha pensato bene di spostare il bersaglio della sua critica verso il Presidente della Camera Fausto Bertinotti.

Durante l'esame del ddl,infatti, il Carroccio non si è risparmiato di difendere l'utilizzo in Aula dei dialetti. Dopo l'intervento del deputato leghista Federico Bricolo (“Mi son veneto, Presidente, e parlo nella mia lingua”),la terza carica dello Stato si è sentita in dovere di replicare, prima riprendendo “con rincrescimento” i colleghi impegnati per protesta a comunicare con il loro idioma di appartenenza, poi ricordando che “la Presidenza non può consentire che gli interventi si svolgano in forme linguistiche diverse dall'italiano”, e precisando in questo senso l'esigenza di una sola esposizione per i testi di pubblicazione degli atti parlamentari. Pur riconoscendo l'importanza che i dialetti hanno avuto un nella cultura italiana, Bertinotti ha fatto presente ai leghisti che esiste “una lunga consuetudine”, secondo la quale in Parlamento non si usano altre lingue né altri dialetti. Diversamente, il presidente dell'assemblea non potrebbe svolgere il lavoro di direzione della medesima, e diverrebbe impossibile la resocontazione dei lavori d'aula.

Il vicecapogruppo del partito di Bossi, Andrea Gibelli, si è dichiarato esterrefatto per i richiami a Bricolo (al quale è stato anche spento il microfono visto il reiterato atteggiamento di parlare in dialetto dopo vari richiami)da parte del presidente della Camera; secondo Gibelli, vanno letti come una “manifestazione di nazionalismo e di intolleranza” e una “mancanza di rispetto ai popoli ed alle nazioni del Paese”.

Sarebbe bello a tal proposito approfondire la valutazione dei “compagni” dell'opposizione sistemati tra i banchi di Alleanza nazionale, e dei loro elettori. I “popoli” e le “nazioni” del Paese, nel frattempo, forse preferirebbero che certe cose fossero date per scontate, così da poter richiedere ai loro rappresentanti parlamentari un impegno su temi politici e sociali di altro rilievo, senza esser costretti a legiferare sul fatto che nelle sedi istituzionali italiane, ci si esprime, si scrive e si comunica in lingua italiana.

da Aprile (quotidiano on line)

29/03/2007

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