AMERICA IL NUOVO SOGNO E’ L’EUROPA

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AMERICA il nuovo sogno è l’EUROPA

Maurizio Molinari

Il sogno americano è oramai al tramonto,all’orizzonte c’è quello europeo ed è bene che gli Stati Uniti si affrettino ad ammetterlo per poter dare il proprio contributo a un secondo Illuminismo. La provocatoria tesi destinata al pubblico d’Oltreatlantico è confezionata da Jeremy Rifkin,il combattivo economista americano già consigliere di Romano Prodi a Bruxelles,protagonista della crociata contro i cibi geneticamente modificati nonché autore nel 1995 di The end of work,il libro da cui l’ex primo ministro francese Michel Rocard trasse l’idea delle trentacinque ore di lavoro settimanali poi divenuta legge.
Nel libro The European Dream (Il sogno europeo,edizioni Penguin,New York)di imminente uscita in Nordamerica-in Italia sarà pubblicato a settembre da Mondatori-Rifkin firma l’elogio di ciò che viene espresso dai popoli dell’Unione Europea,tanto in termini di valori quanto di modello istituzionale rispetto a ciò che si identifica oggi con il modello americano. “Il sogno europeo enfatizza lo spirito di comunità invece dell’autonomia individualista,la diversità culturale invece dell’assimilazione,la qualità della vita invece dell’accumulo di ricchezza, lo sviluppo sostenibile invece dell’illimitata crescita materiale,i diritti della natura e i diritti dell’uomo invece dei diritti di proprietà,la cooperazione globale invece dell’esercito unilaterale del potere”. Sono queste caratteristiche che proiettano il sogno europeo “al crocevia fra la post-modernità e l’emergente età globale”,nuova frontiera della crescita,intellettuale ed economica,dell’umanità intera.
Per capire perché l’America sia rimasta indietro Rifkin ricorda i successi della generazione degli anni Sessanta nel “rompere i lacci che imprigionavano lo spirito umano”ammettendo che le battaglie vinte con la segregazione razziale,la guerra in Vietnam e per la liberalizzazione dei costumi non sono riuscite ad avviare gli Stati Uniti verso la post modernità perché”nonostante tutto ancora oggi oltre metà degli americani è devota alla fede”. Ciò che accomuna l’America conservatrice e quella liberal è il fatto di essere ascrivibili a un’idologia modernista,inclinata a ritenere che l’esistenza umana ha uno scopo superiore e che c’è un modo giusto di vivere nel mondo”.
I freni della religiosità risalgono alle origini della società americana,quando i padri fondatori non seppero arginare l’individualismo e l’autonomia portate dai pellegrini in fuga dalle persecuzioni in Europa,e impediscono agli americani di correre verso la meta a cui i più laici europei si stanno avvicinando in fretta:la “creazione di una coscienza globale”adatta a guidare l’umanità per affrontare le sfide dell’era della globalizzazione,guardando oltre il tormentato inizio del XXI secolo nel segno di guerre e divisioni.
“La potenza del sogno europeo è nel fatto di osare suggerire una nuova Storia- scrive Rifkin- con l’accento sulla qualità della vita degli individui,la sostenibilità dello sviluppo collettivo,la pace e l’armonia delle società,nella quale la base materiale del progresso moderno è destinata a diventare niente altro che una reliquia del passato”. L’idea dell’Europa diventa così l’utopia possibile,la “città in cima alla collina”capace di affermare una visione del futuro dove la “trasformazione personale conta più dell’accumulazione materiale,espandendo i rapporti fra gli uomini e non i territori,elevando gli spiriti e non aumentando la ricchezza materiale,liberando l’umanità dalla prigione materialista nella quale è imprigionata dall’inizio del XVIII secolo e proiettandola verso la luce di un nuovo futuro ideale”.E il declino del sogno americano nasce dalla sua incapacità di fare i conti con lo spirito dell’”era globale”,dal restare costretto nei limiti moderni imposti da storia e religione. Le pagine di The European Dream vanno oltre la critica all’ipercapitalismo dei precedenti saggi di Rifkin perché identificano una via d’uscita.
A sostegno di questa tesi l’autore porta oltre quattrocento pagine di dati,statistiche e studi per documentare il sorpasso dell’Europa ai danni degli Stati Uniti.Sebbene l’Unione Europea sia un “impero reclutante”,con i suoi 455 milioni di cittadini rappresenta il 7 per cento dell’umanità- rispetto al 4,6 degli Stati Uniti – e costituisce oggi il più grande mercati interno di beni e servizi del pianeta con un Pil che nel 2003 ha toccato il 10,5 trilioni di dollari – lasciandosi simbolicamente alle spalle i 10,4 trilioni Usa – pari al 30 per cento del mondo intero. Gli europei hanno anche migliore educazione,assistenza sanitaria e qualità della vita. Rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti,in Europa uomini e donne vivono più a lungo,la mortalità infantile è di molto più bassa e vi è un numero più alto – 322 contro 297 – di medici ogni 100mila abitanti. Ma ciò che conta ancora di più è che “l’Europa sta preparando una nuova era mentre l’America sta tentando disperatamente di salvare quella vecchia”resistendo a ciò che di più nuovo viene dall’Unione europea ovvero “la creazione di uno spazio politico transnazionale per ripensare la condizione umana e riconfigurare le istituzioni umane adattandole all’era globale”.
Respingendo le critiche di esperti e studiosi che imputano all’Unione Europea meccanismi istituzionali complessi e inefficienti,Rifkin afferma che a non capire è chi è prigioniero delle politiche del passato,mentre la strada verso il XXI secolo è quella segnata dalla nuova Costituzione europea destinata a essere ratificata da 25 nazioni:un testo “universalista perché ha come focus non un popolo,non un territorio,un singolo paese ma la razza umana e il pianeta che abita”e il cui intento è “rispettare la diversità umana,affermare i diritti dell’uomo e della natura,aumentare la qualità della vita,perseguire lo sviluppo sostenibile,stimolare una consapevolezza globale.” Sono queste le premesse per un possibile “Secondo Illuminismo”destinato a lasciarsi alle spalle ciò che resta degli errori della modernità e del sogno americano che l’ha interpretata.
Nelle ultime righe del volume l’autore lascia tuttavia trapelare un dubbio,il timore che gli europei possano lasciarsi sfuggire la grande occasione per l’umanità che loro stessi hanno contribuito a creare. “Avendo passato oltre venti anni della mia vita a lavorare sia in Europa sia in America,la mia maggiore preoccupazione è dovuta al fatto che gli europei non abbiano una speranza sufficiente per sostenere una nuova visione del futuro,perché per realizzare i sogni serve ottimismo” e non il cinismo e il pessimismo che spesso si respirano nei corridoi delle cancellerie del vecchio Continente come a Bruxelles. In cerca dell’ottimismo necessario per dare forza al progetto europeo,Rifkin torna a guardare agli americani e al loro “spirito innato”,auspicando che su entrambe le spode dell’Atlantico ci si accorga che c’è un nuovo orizzonte da condividere.

Questo messaggio è stato modificato da: martina.zeppieri, 10 Set 2004 – 12:23 [addsig]




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