«America cambia: con l`austerity niente più superpotenze»

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Hulsman su Aspenia

«America cambia: con l`austerity niente più superpotenze»

Pubblichiamo un`anticipazione dell`articolo di John C. Hulsman esperto di politica internazionale. Il testo in versione integrale sarà pubblicato sul prossimo numero di «Aspenia».

So che l`analogia della nostra situazione con l`affondamento del `Titanic è tra le più abusate dalla letteratura moderna, ma chiedo al lettore un po` di pazienza. Dal grande errore di fondo circa l`indistruttibilità della nave scaturirono i tanti più piccoli errori di carattere pratico che trasformarono l`affondamento della nave in una tragedia di proporzioni mondiali. Un`America non più inaffondabile. Lo stesso è accaduto per l`America, dopo l`impatto del 2008 contro l`iceberg della crisi economica. Fino a quel momento gli Stati Uniti potevano a ragione credere nella propria supremazia. Erano la sola autentica potenza planetaria, l`unico Stato al massimo livello in termini di economia, di potenza militare e di influenza culturale. L`America non può condurre una politica estera in continua espansione a fronte di disponibilità limitate. E considerate quelle cifre inconfutabili, non ci rimane che entrare in una nuova era che può soltanto essere definita di austerità. Onnipresente ma non più onnipotente. Soltanto l`approccio realista – che per tradizione si concentra sulle realtà del potere e divide le priorità strategiche secondo diversi livelli di interesse – consente di fare scelte sensate di politica estera in un mondo in cui l`America non può più fare tutto, ma nondimeno si sforza di elaborare una politica estera internazionalista. Le nuove priorità strategiche, a cominciare dall`Oceano indiano. Tanto per cominciare, i Paesi rivieraschi dell`Oceano Indiano e la Cina saranno i nuovi grandi punti nevralgici globali, la cui stabilità potrebbe rappresentare il nuovo motore trainante dello sviluppo mondiale del futuro. E dunque imperativo che i policy makers americani inizino a considerare l`Oceano Indiano come una priorità strategica fondamentale e a rafforzare i legami strategici e commerciali con quella regione, in particolare con l`India: un Paese democratico, in rapida espansione e spaventato dalla crescita cinese, cheè un alleato naturale di Washington. L`America deve parlare il linguaggio del realismo, quello degli interessi. Quello multipolare sarà un mondo in cui le potenze in ascesa – sia quelle democratiche (Brasile, Sudafrica, Turchia e India) che quelle che non lo sono (Iran, Cina, Russia) saranno gelose della propria sovranità e decise a essere quanto meno ascoltate. E riusciranno a esercitare la propria influenza, che ci piaccia o no. Perciò, nella nuova era l`unico modo per ottenere i risultati sperati sarà sempre più quello di parlare alle potenze emergenti usando l`unico linguaggio comune che abbiamo: quello degli interessi. I comuni interessi daranno luogo a un`azione comune e l`elenco delle grandi potenze partecipanti varierà di caso in caso. Il mondo multipolare di oggi ricorda sotto molti aspetti il sistema di Stati europeo della fine del XIX secolo, in cui l`alleato che oggi ti aiuta ad affrontare un problema sarà l`avversario di domani, un mondo in cui Bismarck si sarebbe trovato a suo agio. Al di là dei legami transatlantici e forse dei rapporti sempre più stretti con l`India, sarà difficile per Washington mantenere alleanze più che temporanee; e l`America farà bene a evitare di crearsi nemici più che temporanei. In breve, l`America dovrà adottare un modo di pensare totalmente nuovo oppure, in alternativa, riscoprirne uno molto antico. Perché, con l`avvento dell`era dell`austerità americana, l`unica soluzione per Washington – che è in una fase di declino relativo ma ancora una potenza formidabile – è riscoprire la saggezza del realismo, del parlare il linguaggio degli interessi molto più di quanto non sia stato necessario fare durante gli ultimi sessant`anni. Solamente adottando questa politica estera molto diversa, l`America potrà evitare il declino assoluto e trarre il massimo dalla nuova era dell`austerità. Il piano è chiaro: è ormai tempo di costruire una scialuppa di salvataggio più solida per non finire come i passeggeri del Titanic.

JOHN HULSMAN

Corriere della Sera, pag 9
27/01/2012




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