Amartya Sen e la democrazia: «Deve decidere chi governa»

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Amartya Sen e la democrazia: «Deve decidere chi governa»
Il Nobel e la Brexit: «Capisco la disaffezione per l’Unione Europea, ma uscirne è folle. Niente concessioni a chi è voluto uscire, ma l’austerità ha fallito. Ora l’Unione rimedi»
Corriere della Sera | Alessandra Muglia | 25 giugno 2016

«Èun momento storico molto spiacevole, non mi aspettavo questo risultato: capisco la disaffezione per l’Unione Europea, ma uscirne è folle». Assiste sconsolato a un terremoto annunciato, Amartya Sen. Il Nobel indiano per l’economia, con residenza (anche) nella Cambridge britannica, aveva previsto un collasso economico in caso di Brexit. «Questo voto ha conseguenze disastrose soprattutto per la Gran Bretagna —spiega al telefono —. Il crollo storico della sterlina è soltanto un aspetto. C’è il venire meno di tutti gli accordi commerciali sottoscritti da Londra come membro Ue: per reimpostarli occorre tempo, intanto la disoccupazione aumenterà e ci sarà un indebolimento dell’industria e una grande pressione sulla Bank of England, che non a caso si era espressa a favore del “remain”».

Gli avvertimenti degli esperti evidentemente non hanno fatto abbastanza presa su quanti si sentono esclusi dal benessere che l’appartenenza all’Ue avrebbe dovuto portare. Perché?
«La stampa popolare britannica, con quotidiani come il Sun e il Daily Mail, tutti schierati apertamente a favore della Brexit come i loro proprietari, ha remato contro e diffuso l’impressione di un Paese invaso dai migranti».

Basterà questo terremoto economico e finanziario a scoraggiare altri Paesi dal seguire l’esempio della Gran Bretagna?
«L’Unione deve essere molto determinata e chiarire che in Europa o si è dentro o si è fuori e che chi esce non può negoziare per ripristinare i vantaggi di cui godeva prima. Fare concessioni a chi se ne va sarebbe deleterio. Non credo che questo referendum in Gran Bretagna porti necessariamente a un effetto domino. Dipenderà da quanto intelligentemente Bruxelles gestirà l’uscita di Londra».

Come dovrebbe reagire l’Europa per combattere la sfiducia e mantenere la sua integrità?
«Dopo aver affrontato la tempesta Brexit, credo che nel lungo periodo l’Ue debba rivedere le sue politiche e riconsiderare la sua missione, anche alla luce del Manifesto di Ventotene del 1941: le priorità del movimento federalista europeo non erano le banche e la moneta, ma la pace e una graduale integrazione politica e sociale. Credo che la Ue in passato abbia fatto molti errori, incluso quello di adottare l’euro prima di avere un’unione fiscale e politica. La moneta unica non è stato un buon modo per iniziare a unire l’Europa. Ma su questo ritengo che non si possa tornare indietro. Invece all’errore delle politiche di austerità, soprattutto nei confronti della Grecia, si può rimediare».

Come?
«Innanzitutto la leadership europea deve riconoscere il fallimento di queste politiche: la teoria che l’austerità avrebbe portato alla crescita non ha funzionato. Credo che le politiche di austerità siano all’origine della grande disaffezione verso Bruxelles in molti Paesi europei, dalla Grecia all’Italia».

Lei ha votato contro la Brexit: ma in presenza di questioni così complesse il referendum non rischia di degenerare in una sorta di abuso populistico della democrazia?
«Bisognerebbe ricorrere al referendum soltanto per questioni semplici e isolate, sennò si potrebbe venire consultati anche per ridurre le tasse, come proposto qualche anno fa in California. In democrazia certe questioni devono essere decise da chi governa ma dopo aver avviato una discussione pubblica, con controllo dei fatti.
Negli Usa ci sono delle organizzazioni preposte a questo (i watchdog, ndr), assenti però in Europa».

C’è chi ritiene che l’Europa senza Londra sarà più forte perché più libera di rafforzare il suo processo federale.
«Senza Londra l’Unione sarà più debole. Economicamente e politicamente. E comunque la non collaborazione del Regno sull’euro è stata una scelta illuminata».




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