All’ultimo anno del liceo e degli istituti tecnici, docenti di matematica, scienze, fisica, ma anche storia e filosofia, costretti ad insegnare e ad esaminare in lingua inglese ed, eventualmente, in francese.

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Un’altra tegola sulla scuola non partono le lezioni d’inglese.

Previste da quest’anno per le quinte superiori ma non tutti i professori sono pronti.

dI LETIZIA TORTELLO

L’ex ministro Gelmini l’aveva annunciato: «Si studierà più inglese a scuola». Ma per dare il via ai famosi moduli Clil (Content and Language Integrated Learning), che prevedono lo studio all’ultimo anno del liceo e degli istituti tecnici di una materia curriculare in lingua straniera, non ci sono tutti i prof pronti.

Imparare inglese e francese su due piedi non è semplice. Un docente di Matematica, Scienze, Fisica, Storia e Filosofia dovrebbe studiare la lingua e tradurre la metà delle sue lezioni (è obbligatorio). La legge lo impone: in quinta nei licei e nei tecnici, in terza, quarta e quinta nei Linguistici, che infatti sono partiti due anni fa. L’inglese è la lingua più gettonata. Una piccola rivoluzione, che prevederà lezioni frontali, materiale didattico, compiti a casa e in classe, e perfino l’esame di stato, in inglese o francese, per una specifica materia a scelta della scuola. Si presumono disagi all’inizio: un docente che si è dedicato per tutta la vita alla Fisica, che competenze avrà per valutare l’inglese degli studenti? Ma tant’è. La macchina dei preparativi per il Clil, però, è partita in ritardo.

Solo 350 insegnanti su tutta la regione hanno frequentato i corsi abilitanti iniziati l’anno scorso, organizzati dalle scuole capofila, l’Ites Russell Moro (per tecnici e licei) e il Convitto Umberto I (per i linguistici). Quando va bene, 2 o 3 volenterosi insegnanti per scuola si sono tuffati nell’avventura, per raggiungere il livello B2, pari almeno a un «First Certificate». E dire che il Piemonte è una delle regioni più ligie. La partecipazione ai corsi da parte degli insegnanti era facoltativa. L’adesione finora è stata tiepida. Circa un 30% dei docenti necessari su tutte le scuole. «La copertura non è bassa sul territorio piemontese – dice Tecla Riverso, dirigente dell’Usr e responsabile del progetto Clil –. Ci stiamo rodando e ci siamo mossi in anticipo sugli altri». Giulia Guglielmini, preside dell’Umberto I, puntualizza: «Si inizierà da gennaio, questi mesi sono di orientamento. Non si tratta di insegnare solo una disciplina in una lingua diversa, ma di cambiare completamente il punto di vista. Il Clil mette in campo nuove competenze di docenti e allievi. E’ una sfida».

A ritardi si sommano ritardi. La circolare del ministero è arrivata tre giorni fa. L’Ufficio Scolastico attende indicazioni sui corsi di metodologia per docenti, realizzati dall’Università e necessari per essere abilitati per il Clil. Ma tutto questo è ancora da imbastire. «Una buona fetta dei docenti deve ancora dare l’esame di certificazione in una scuola di lingua, esame che rimborsa il ministero», spiega Gemma Re, preside del Russell Moro. Poi ci sono quelli che ancora l’inglese non lo sanno e devono rincorrere. Per quest’anno il Miur ha fatto una concessione: è obbligatorio il livello B2, e non il livello C1. Gli insegnanti hanno tempo. Ma le difficoltà sono per esempio un corpo docenti anziano che non ha dimestichezza con le lingue. «Si può richiedere però – continua Re – la compresenza con un assistente linguistico madrelingua. Si tratta solo di partire: il Clil, per le nostre scuole e la formazione, sempre più europea, dei ragazzi».
(Da lastampa.it, 30/8/2014).

 




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