All’Europa serve una potenza di fuoco

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ALL'EUROPA SERVE UNA POTENZA DI FUOCO

«Show me the money!». L'invocazione, urlata da Tom Cruise nelle vesti di Jerry McGuire nel film omonimo del 1996, è oggi d'attualità per l'Europa. Doppiato (impropriamente) con la frase «Coprimi di soldi», il detto – ormai idiomatico in inglese – viene oggi usato piuttosto per verificare la concretezza di una proposta o di un'offerta finanziaria. Mostrami i soldi e ci crederò.
Questo riflesso da San Tommaso, tipico dei mercati, è stato accentuato dalle mancate promesse europee. Già due mesi fa, a novembre, i leader Ue hanno annunciato che, grazie all'effetto leva ed altri marchingegni finanziari, le disponibilità dell'Efsf sarebbero lievitate sino a mille miliardi di euro. Ebbene, la moltiplicazione dei pani e dei pesci non è da tutti, e questa promessa è rimasta inadempiuta. È giunta l'ora di mostrare soldi veri. Se l'Europa spera nell'aiuto di altri (Fmi e G-20) – e ci spera ardentemente – deve dimostrare di avere già fatto essa stessa il massimo sforzo finanziario possibile. Questa condizione ricorre in tutte le dichiarazioni dei Paesi Brics, ed era ben presente nell'ultima riunione degli sherpa del G-20 a Città del Messico. I partner dell'Europa vogliono in primis vedere in funzione un robusto fondo europeo di salvataggio. Per soddisfare questa attesa, vi sono tre passi essenziali.
Primo. Il fondo salva stati attuale (l'Efsf) e il suo successore permanente (l'Esm, o European stability mechanism) vanno dotati di un potere di fuoco adeguato. Il volume massimo di prestiti dei due meccanismi congiunti (continueranno infatti ad agire in parallelo nel primo anno, sino al luglio 2013) è limitato a 500 miliardi di euro, un ammontare palesemente insufficiente. Il premier Mario Monti avrebbe chiesto il raddoppio di tale cifra, e un'aumento è appoggiato anche dalla Bce. Inoltre, parlando a Berlino lunedì, il direttore dell'Fmi Christine Lagarde è stata oltremodo esplicita: la Ue rafforzi le sue difese anti-crisi oppure «Paesi come l'Italia e la Spagna, in grado di ripagare i debiti, potrebbero essere spinti verso una crisi di solvibilità da costi di finanziamento abnormi, con implicazioni disastrose per la stabilità del sistema».
L'occasione per rispondere a questi richiami c'è e non va persa. Al vertice del dicembre scorso, i leader della zona euro si sono infatti impegnati a riesaminare «l'adeguatezza del massimale globale dell'Efsf/Esm di 500 miliardi di euro nel marzo del 2012».
Non vi è motivo di aspettare sino ad allora: lo si faccia prima, al Consiglio europeo di fine gennaio. Qualche apertura in tal senso è apparsa alla riunione dell'Eurogruppo di lunedì: se ne dia prontamente seguito, cumulando – come minimo – le risorse residue del fondo Efsf con quelle previste per l'Esm, arrivando a un tetto di 750 miliardi di euro. E si chiarisca anche cosa succederà quando, a metà 2013, cesserà di esistere l'Efsf.
Secondo. Il Trattato che stabilisce l'Esm prevede un capitale sottoscritto totale di 700 miliardi di euro, di cui 80 miliardi sotto forma di capitale versato ('paid-in capital') dagli Stati della zona euro, e i restanti 620 miliardi sotto forma di capitale richiamabile ('callable capital'), se e quando ve ne fosse bisogno. Mentre il rapporto previsto tra capitale versato e capitale sottoscritto (11,4%) è più elevato di quello di altre istituzioni simili (è per esempio del 5% alla Banca europea per gli investimenti), tale proporzione sarà all'inizio molto più bassa. È infatti previsto che il capitale venga iniettato solo gradualmente, in cinque rate annuali, di modo che il capitale versato nel primo anno ammonterebbe a soli 16 miliardi di euro, ossia appena il 2,5% del capitale sottoscritto. Forse consapevoli dell'insufficiente impegno a tal riguardo, gli Stati della zona euro si sono dichiarati, ad inizio dicembre, «pronti ad accelerare i versamenti di capitale». Che lo facciano quanto prima. Idealmente, ogni Stato in grado dovrebbe versare due rate (equivalenti al 40% dell'ammontare dovuto) già nel 2012. Il fattibile varierà a seconda degli Stati, e il principio guida dovrebbe essere 'paghi chi può' ('can pay, will pay'). Purtroppo indicazioni iniziali di una disponibilità tedesca a tal riguardo stanno già sfumando, cedendo il passo a una posizione attendista, dove nessun Paese vuole muoversi per primo, col risultato di una paralisi collettiva.
Infine, l'Europa deve porre fine a un altro pietoso ritardo: quello della messa a disposizione di risorse supplementari per l'Fmi fino a 200 miliardi di euro, sotto forma di prestiti bilaterali dalle banche centrali europee. Al vertice del 9 dicembre era stato posto un termine preciso per la conferma di tale dotazione: «Entro dieci giorni». Ne sono passati circa 45, e l'attesa continua: e questo proprio mentre l'Fmi stesso ha fatto sapere della necessità di raccogliere almeno 500 miliardi di dollari di ulteriori risorse per far fronte alla crisi. Di fronte ai ritardi europei, suona vana la frase conclusiva su questo tema dei leader della zona euro: «Attendiamo con interesse contributi paralleli da parte della comunità internazionale». Se tutti attendono e nessuno si muove, ci si ritrova tutti ad assistere a una replica interminabile di 'Aspettando Godot'.
Il momento è propizio: i mercati sono in fase di bonaccia, con lo spread BTp-Bund a cavallo dei 400 punti base. L'Europa colga questo momento di tregua relativa e si muova con decisione sui tre fronti indicati: aumento congruo del massimale di prestito Efsf/Esm; accelerazione del versamento di capitale per il nuovo fondo permanente, l'Esm, in modo da avanzarne l'operatività; e immediata messa a disposizione dei prestiti promessi all'Fmi. Il Consiglio europeo di fine mese dia seguito, e vada oltre, le parziali aperture dell'ultima riunione dei ministri finanziari.

di Alessandro Leipold

il Sole 24 Ore,pag 1 segue a pag 30
25/01/12




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