Al Politecnico di Milano si parlerà solo inglese?

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Scritto da Giulia Cortese

Dall’anno accademico 2014/2015 in poi, al Politecnico di Milano i corsi di laurea magistrale, ovvero i due anni che seguono il corso di laurea triennale, si terranno in lingua inglese. La stessa cosa varrà anche per i dottorati di ricerca. Dentro le mura dell’università ha preso piede una “rivoluzione”, approvata dallo stesso Senato accademico, che darà al Politecnico un profilo decisamente internazionale.

La decisione ha creato un notevole malcontento dentro e fuori l’ateneo: un primo segnale di ribellione è partito da Pier Carlo Palermo, preside della Scuola di architettura e società del Politecnico, il quale ha scritto una lettera di protesta assieme a Ilaria Valente, presidente del corso di laurea magistrale in Architettura nella stessa università.

Si confrontano, da una parte, il rettore Giovanni Azzone assieme ai suoi fedelissimi e all’ex ministro dell’Istruzione Profumo e dall’altra 234 professori firmatari di un appello contro l’inglese obbligatorio.

Emilio Matricciani, professore del dipartimento di Elettronica del Politecnico di Milano e promotore del ricorso al TAR contro l’iniziativa portata avanti da Azzone, dichiara che “il rischio è quello di impoverire l’insegnamento, considerando che la lingua non è un vestito che ci mettiamo addosso. Il pensiero dipende dalla lingua e le sfumature si perdono”. Continua sempre Matricciani: “Se l’obbligo dell’inglese passa qui al Politecnico senza colpo ferire, sarà esteso a tutto il Paese, almeno alle facoltà tecnicoscientifiche”.

L’appello firmato da 234 dipendenti del Politecnico tra cui ricercatori, associati e ordinari è stato denominato dagli stessi “Appello a difesa della libertà d’insegnamento”. I firmatari vedono a rischio “la libertà di scelta di docenti e studenti e il pluralismo dell’offerta formativa”. Essi parlano inoltre di una “discriminazione su base linguistica con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti”. Parere che non può che essere condivisibile.

Nel febbraio 2012 il rettore Azzone ha scritto una lettera al Corriere della Sera giustificando la sua scelta e definendola “necessaria per attrarre studenti stranieri”. Verrebbe da chiedergli, dunque, se ritiene che questa decisione possa essere allo stesso tempo utile per attrarre studenti italiani, che teoricamente dovrebbero essere la maggior parte degli iscritti.

Secondo alcuni, la decisione di Azzone sarebbe illegittima perché andrebbe contro l’articolo 271 del regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592. Il provvedimento, di epoca fascista, stabiliva che “la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Su questo punto specifico, sul sito dell’Avvocatura dello Stato si può trovare un breve testo secondo il quale, anche se il decreto non è mai stato abrogato formalmente, “è da ritenersi ormai superato, per effetto della legislazione successiva di settore”, elencata di seguito.

L’uso dell’inglese nell’attività didattica del Politecnico di Milano non è nuovo ed è molto pubblicizzato dallo stesso ateneo. Nell’offerta didattica per l’anno accademico in corso (2012/2013), infatti, 17 corsi di laurea magistrale su 40 (con alcuni doppioni dovuti alle diverse sedi dell’università) sono presentati come interamente o parzialmente in lingua inglese. Il Politecnico di Milano sostiene che 2 corsi di laurea triennale, 24 corsi di dottorato e diversi Master sono già interamente in lingua inglese, scelta che deriverebbe, secondo il rettore Azzone, dalla “presenza di numerosi studenti stranieri nell’università” ((2.582 da 110 paesi diversi per l’anno 2009/2010, secondo i dati dello stesso Politecnico).

Vi è un forte rischio, in tutto questo, che il passaggio totale da una lingua a un’altra in ambito universitario si trasformi in una sorta di “trapasso” per la lingua madre, superata soprattutto nell’ambito del sapere tecnico-scientifico. Tutto ciò potrebbe avere ripercussioni negative anche nel processo della produzione del pensiero e della ricerca. Il celebre linguista Tullio de Mauro non ha mancato di contestare l’operazione, che coinvolge l’intero Politecnico, sottolineando che tutto ciò avviene in un’università pubblica anziché in una privata. Dice de Mauro: “La scelta di azione non aiuta a migliorare la conoscenza della lingua madre e questo ha effetti negativi sull’intelligenza”.

La decisione del rettore sembra inoltre andare in controtendenza rispetto al rinnovato interesse per la cultura e la lingua italiana che, come testimoniano alcune recenti statistiche rilasciate dal Ministero degli Affari Esteri, viene sempre più studiata anche in Asia, oltre che in America Latina e nei Paesi anglosassoni.

20 marzo 2013
http://www.legnostorto.com/index.php?op … &Itemid=29




1 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

Non perdiamo gli antichi saperi<br />
Scritto da Giulia Cortese <br />
domenica 30 dicembre 2012<br />
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<img src="http://www.legnostorto.com/images/stories/Marco11/artigiano_palazzo.gif" alt="" />[justify]Nell'arco degli ultimi anni abbiamo assistito, in Italia, a un lungo confronto sul tema del marchio Made in Italy. In passato, quest'ultimo è stato utile nel rimarcare la differenza fra un modello industriale di matrice “fordista”, che è tipico delle grandi economie mondiali, e un modello industriale come quello italiano, che ha una forte tradizione nell'artigianato e nella cultura dei territori.<br />
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Eppure l'artigianato, così come l'agricoltura, ha bisogno di marchi e riconoscimenti inclusivi: per potersi proiettare in un mondo globalizzato, è fondamentale l'utilizzo di linguaggi nuovi, in modo da poter incontrare e sapersi fondere con culture diverse dalla nostra. I fermenti culturali di questi anni dimostrano che esiste un interesse globale per un nuovo riconoscimento del valore del lavoro artigiano: ne è un esempio il movimento dei makers negli Stati Uniti, il quale è attualmente organizzato attorno a numerosi eventi e riviste di settore. Se l'Italia ambisce a diventare un punto di riferimento in una cultura del lavoro specifica a livello mondiale, è necessario saper promuovere attività di ricerca, marchi ed etichette riconoscibili. Un esempio da seguire è quello di Slow Food, brand che promuove la cultura del cibo in Italia e nel mondo, senza mostrarsi troppo legato al territorio e alla cultura nostrana. Ha dato prova di essere un brand capace di includere tradizione diverse e di saperle “tenere unite” tra di loro, usando un linguaggio aperto e universale, adatto ad affrontare le sfide della globalizzazione.<br />
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Negli ultimi tempi, il nostro Paese ha cominciato a comunicare e a promuovere il lavoro artigianale in modo nuovo, ad esempio con il padiglione italiano all'Expo di Shangai, dove si è potuto apprezzare il successo riscosso dallo spazio dedicato all'artigianato: qui vi è stata la compresenza di grandi imprese italiane consolidate nel mondo, come la Ferragamo, e di numerosi laboratori artigiani di eccezionale qualità. Un ruolo importante in questo scenario lo ha giocato la rete, la quale ha “internazionalizzato” il nostro modo di essere e la nostra tradizione, allargando di molto l'orizzonte geografico dell'agire dell'impresa artigiana. Per questo, riconoscerne l'importanza significa innanzitutto mettere da parte le tante contrapposizioni tra la piccola e la grande impresa. Il vantaggio competitivo dei nuovi artigiani deriva nella maggior parte dei casi dalla capacità di trovare un ruolo all'interno delle catene globali a livello internazionale. Il lavoro artigiano rilancia la sua competitività quando attiva, completa o arricchisce le filiere industriali; il nuovo artigiano, in poche parole, non compete più con l'industria, ma diventa parte integrante di catene del valore a cui contribuisce con la sua specificità. I tempi odierni, per fortuna, offrono anche opportunità, che compensano in parte le numerose sfide a cui siamo costretti, come Paese e come continente, a far fronte.<br />
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A partire da quest'anno, per esempio, i nostri artigiani avranno la possibilità di partecipare alla fiera ImportShop di Berlino, la quale rappresenta, per le imprese e per le istituzioni italiane, un'occasione per entrare nel mercato tedesco. Dice Astrid Steuerwald, responsabile marketing e comunicazione della Camera di Commercio italiana per la Germania - ufficio di Berlino: «Il pubblico tedesco conosce molto bene lo stile italiano, apprezza la creatività e il lavoro che sta in ogni oggetto fatto a mano». Parole che dovrebbero essere d'incoraggiamento per le numerose persone volenterose e di talento che desiderano farsi strada, anche fuori dai confini nazionali. Tuttavia, diversamente da un tempo, la formazione del nuovo artigiano non gode ancora di istituzioni qualificate. È stata a lungo trascurata l'istruzione tecnica e professionale dell'artigiano, che fosse in grado di creare una figura al passo con i tempi.<br />
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È necessario avviare al più presto una serie di corsi di eccellenza che sappiano attrarre giovani talenti di tutto il mondo, interessati ai mestieri artigianali e alla cultura italiana. Le varie scuole dovrebbero costituire una Ivy League dell'artigianato che sia in grado di offrire un'offerta didattica di carattere generalista, che varia a seconda delle diverse vocazioni territoriali. Qualora si riuscisse a rilanciare la formazione artigiana, il lavoro manuale nella società italiana verrebbe rivalutato su tutti i fronti, e l'economia del Paese non potrebbe che beneficiarne.[/justify]<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=35961">http://www.legnostorto.com/index.php?op ... w&id=35961</a><!-- m -->

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