Ainu, gli indigeni del Giappone.

Minoranze.

Ainu, gli indigeni del Giappone.

Nonostante i riconoscimenti ufficiali del governo nipponico, persistono ignoranza e pregiudizi.

Tra i continui omaggi (che qualcuno definisce volutamente provocatori) al santuario Yasukuni, considerato simbolo dell’esaltazione del militarismo giapponese, la ‘corsa al riarmo’ (con l’aumento del budget per le spese militari); il progetto di emendamento della Costituzione pacifista; l’approvazione della nuova controversa legge sulla Sicurezza Nazionale e il futuro progetto di riforma del sistema educativo – annunciato pochi giorni fa in conferenza stampa – che prevede un ridimensionamento delle questioni storiche (soprattutto quelle che riguardano le pesanti responsabilità dell’esercito nipponico durante il periodo bellico) a favore della divulgazione di valori come patriottismo ed educazione morale, la direzione verso cui corre il Giappone del nazionalista Abe Shinzo appare ormai chiara.
Patriottismo, recupero dei valori morali e rispetto delle tradizioni sono alcuni dei pilastri su cui Abe ha delineato l’immagine della sua ‘bella Nazione’ (come recita l’omonimo titolo del suo libro-manifesto politico); una Nazione che vuole dire ‘basta’ con i mea culpa sulle responsabilità storiche del Giappone nei confronti degli altri paesi dell’Asia Orientale e che vuole recuperare coscienza della propria unicità. Unicità che dai giapponesi viene percepita, da sempre, anche a livello di appartenenza etnica; una visione che ha dato origine al cosiddetto ‘mito’ della purezza dell’anima giapponese e a quello dell’omogeneità dell’etnia Yamato (da cui discenderebbero i giapponesi) che permane tutt’ora.
L’autoritarismo intransigente di Abe, che ha sollevato più di una voce critica, tanto tra la popolazione e le forze politiche d’opposizione, che all’interno della sua stessa coalizione di governo, sembra riflettersi nella recente escalation di intolleranza che vede alcune categorie sociali, in particolare immigrati e minoranze etniche presenti in territorio giapponese, sempre più spesso vittime dei cosiddetti ‘hate speech’ e del crescente sentimento xenofobo in rapida diffusone soprattutto tra i più giovani.
A saperne qualcosa di marginalizzazione sociale e discriminazione è certamente la gente appartenente alla minoranza etnica degli Ainu, un antico popolo, le cui origini vengono fatte risalire al periodo preistorico. Tradizionalmente organizzati in una struttura tribale, dalle caratteristiche linguistiche e somatiche (per metà asiatiche e metà caucasiche) estremamente differenti da quelle della maggioranza giapponese, dediti alla caccia, alla pesca e alla pratica di culti animisti; essi risultano attualmente stanziati soprattutto nell’area più settentrionale dell’arcipelago giapponese (nell’isola di Hokkaido), nell’isola di Sakhalin e nelle isole Kurili (di cui il Giappone si contende la territorialità con la Russia).
Stando a quanto riportato in un articolo del 2008 del quotidiano ‘The Japan Times’, «Attivisti Ainu stimano che la popolazione potrebbe essere compresa tra 50.000 e 100.000 a livello nazionale, ma dicono che è difficile ottenere numeri precisi perché molti tendono a mantenere un basso profilo o non sono nemmeno consapevoli della loro etnia». Attualmente la popolazione Ainu effettiva è stimata tra i 25.000 e i 200.000. In quanto minoranza etnica, seppure in parte inconsapevole della propria origine o quasi del tutto assimilata alla maggioranza giapponese della popolazione, gli Ainu sono costretti a scontrarsi con la percezione di diversità che i Wajin (così vengono chiamati i giapponesi) hanno nei loro confronti.
“In base alle mie osservazione personali e ai confronti avuti con i membri della comunità Ainu, ritengo che permanga ancora un atteggiamento di discriminazione in Hokkaido, dove è presente la maggioranza degli Ainu”, afferma Alexander Bukh, della Victoria University of Wellington, esperto di relazioni internazionali e tematiche inerenti al tema dell’identità nazionale giapponese. “Soprattutto nei piccoli borghi e nei paesi dove le persone conoscono o pensano di conoscere le origini dei loro vicini. In altre zone del Giappone (e ci sono poche migliaia di Ainu nella zona di Tokyo, per esempio) non credo vi sia molta discriminazione riguardo ai tratti fisici e anche per quanto riguarda i nomi la maggior parte degli Ainu sono indistinguibili dal resto dei giapponesi. Può capitare che vi sia una certa discriminazione quando si tratta di matrimonio e alcune famiglie tendono ancora a informarsi circa le origini della famiglia dello sposo o della sposa”.
Il riconoscimento effettivo, da parte del governo giapponese, degli Ainu come popolo indigeno è, al pari di quella riguardante gli abitanti dell’isola di Okinawa, una questione problematica. Il riconoscimento della loro specificità, infatti, andrebbe non soltanto a intaccare il mito dell’omogeneità etnica giapponese. Vi sono in ballo anche una serie di questioni riguardanti i possessi territoriali: riconoscendo infatti ufficialmente l’autoctonicità del popolo Ainu, il governo giapponese sarebbe costretto a rinunciare alle proprie rivendicazioni sull’isola di Hokkaido e sulle Kurili, in quanto terre d’origine degli ainu.
Lo storico riconoscimento ufficiale del Parlamento giapponese degli Ainu come popolo indigeno del Giappone, avvenuto solo nel 2008, fu quasi una scelta obbligata. A determinare la mossa del governo giapponese, guidato dall’allora premier Yasuo Fukuda, fu l’approvazione da parte delle Nazioni Unite della Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni, le forti pressioni dovute all’organizzazione di un ‘Summit dei Popoli Indigeni’ a Sapporo (in cui uno dei temi principali era proprio la richiesta di riconoscimento degli Ainu), ma soprattutto la necessità di evitare imbarazzi in vista dell’imminente vertice del G-8, che si sarebbe svolto proprio in Hokkaido nel luglio di quello stesso anno.
Il processo di ‘invasione’ e sfruttamento delle terre degli Ainu, considerati ‘barbari del nord’, già ridotti a minoranza etnica e relegati nell’area dello Hokkaido sin dall’epoca medievale, ha inizio nella seconda metà del XIX secolo, nel periodo della Restaurazione Meiji (1868). Ha così inizio anche il processo di assimilazione del popolo Ainu, a cui viene proibita la pratica di alcune tradizioni (come l’indossare gli orecchini per gli uomini e il tatuarsi per le donne) e che vengono ‘incoraggiati’ a dedicarsi al lavoro agricolo e a imparare la lingua e la cultura giapponese. La stessa ‘Legge per la protezione degli indigeni dello Hokkaido’, promulgata nel 1899, sanciva in realtà lo status discriminatorio a cui erano stati soggetti gli Ainu nei decenni precedenti, negandogli di fatto la facoltà di possedere appezzamenti di terreno, rendendoli dipendenti dal governo centrale.
Bisognerà attendere il periodo tra gli anni ’60 e ’80 del Novecento, in piena contestazione culturale, per assistere a un vero ‘rinascimento Ainu’ e a una rinnovata presa di coscienza della propria identità culturale. La vera svolta politica si ha nel 1994, con l’elezione del primo Ainu al Parlamento giapponese, Shigeru Kayano, fondatore del Museo Nibutani, dedicato alla preservazione della cultura Ainu. La ‘Nuova Legge di Salvaguardia degli Ainu’, varata nel 1997, sancirà l’inizio di una nuova politica da parte del governo giapponese, orientata alla preservazione e promozione dei costumi e delle tradizioni Ainu, che negli ultimi anni hanno conosciuto una rinnovata vitalità, attraverso l’organizzazione di festival e la nascita di gruppi, fondazioni, associazioni culturali e musei.
Ma al di là del ‘successo’ di questo riscatto identitario, culminato nel riconoscimento ufficiale del 2008 (un riconoscimento, come si è detto, in qualche modo ‘obbligato’, date le circostanze), rimangono diverse problematiche che i membri della comunità Ainu devono affrontare. Primo tra tutti il problema della disoccupazione, ma anche quello della percezione che il popolo giapponese continua ad avere di essi. Il Dr. Bukh riferisce che il governo nipponico ha recentemente pubblicato un sondaggio in cui si indaga la visione che i giapponesi hanno degli Ainu. “Tuttavia, come è spesso il caso, con tali indagini in Giappone le domande sono strutturate in modo tale che essi non rivelano molto delle percezioni reali”. Le risposte infatti appaiono estremamente generiche ed emergono prevalentemente questioni superficiali, come il fatto che gli ainu possiedano una cultura e una lingua unica, o che usino vivere in armonia con la natura, o che siano un’etnia in via di estinzione; tutte ‘opinioni’ che scaturiscono da un’osservazione esterna, e non da una reale conoscenza della condizione di questo popolo.
“Personalmente credo che la maggior parte dei giapponesi abbiano poca interazione con gli Ainu e queste osservazioni si basano sui media, l’educazione scolastica , eccetera, ma non sulla loro esperienza”, conclude il Dr. Bukh. Non è dunque solamente contro la devastazione delle proprie terre, la perdita delle proprie tradizioni e la discriminazione sociale che gli Ainu devono lottare. Un riconoscimento reale dei propri diritti e della propria identità potrà dirsi tale solo quando, da entrambe le parti, verrà abbattuto il muro di inconsapevolezza e di pregiudizio.
(Da lindro.it, 31/1/2014).




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