AI DUE CAPI DELLA LINGUA

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AI DUE CAPI DELLA LINGUA
di Michel Onfray (*),
Le Monde, 11.7.2010

In principio era Babele, tutti conoscono la storia : gli uomini parlano una sola e medesima lingua, detta “adamitica”, quella del primo di loro. Poi si propongono di costruire un’immensa torre destinata a penetrare nei cieli.Una simile architettura suppone che gli uomini, abitando nel medesimo elemento di Dio diverrebbero a lui uguali. Questa volontà prometeica è un’ altra espressione del peccato originale perché gustare l’albero della conoscenza è sapere tutto di ciascuna cosa, in altri termini, ancora una volta, uguagliare Dio. Nessuno ha dimenticato la punizione per il gesto di Eva… Cosi come ci fu una punizione per i costruttori di Babele: la confusione delle lingue.
Dio che è amore, ricordiamolo per chi avrebbe la spiacevole tendenza a dimenticarlo, scese sulla terra per constatare de visu l’arroganza di questi uomini : “Disse : “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro“ Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.” (Gen. 11, 6 – 7) – e così si diffuse la discordia…
Da allora ci sono state le lingue, certo, ma soprattutto l’incomprensione fra gli uomini. In modo che la molteplicità delle lingue costituisse più che una ricchezza una povertà ontologica e politica. Si cominciò a parlare le lingue locali, ciò che alcuni celebrano oggi come la massima raffinatezza. Penso ai “nazionalisti”, più propriamente chiamati “indipendentisti regionali”, che fanno della lingua uno strumento identitario, un mezzo di chiusura su sé stessi, una macchina da guerra anti-universale, in altri termini un dispositivo tribale.
Precisiamo che il politicamente corretto passa spesso sotto silenzio l’informazione che non esiste “una” lingua corsa, “Una” lingua bretone, ma dialetti corsi o bretoni e che ciascuno di loro corrisponde a una ristretta zona geografica determinata dal passo dell’uomo prima dell’invenzione del motore. Il mito di “una” lingua corsa o di “un” unico linguaggio bretone scimmiotta paradossalmente il vituperato giacobinismo giacché le cosiddette lingue regionali sono incasellate in gruppi di dialetti – ho avuto amici corsi che, complice il vino, dimenticavano per un istante la loro religione e il loro catechismo nazionalista per confessare che un pastore di cap corse non parlava la stessa lingua del suo compagno di cap Pertusato! Babele, Babele…
La lingua regionale esclude lo straniero, che è nondimeno il suo prossimo repubblicano (nel senso di cittadinanza fondata sul motto repubblicano francese, "libertà, uguaglianza, fratellanza", ndt). Funziona, in altri termini, da cavallo di Troia della xenofobia, per essere più precisi, dell’odio per lo straniero, di colui che “non è nativo del posto”, come si dice. Ora, come una specie animale, una lingua obbedisce a dei bisogni relativi ad una configurazione temporale e geografica; quando questi bisogni spariscono, la
lingua muore. Voler far vivere una lingua morta senza il biotopo linguistico che la giustifica è un’impresa necrofiliaca. Il suo equivalente in zoologia consisterebbe nel voler reintrodurre il dinosauro nel quartiere della Défense e lo pterodattilo a Saint-Germain-des-Prés…
All’altro capo della lingua di chiusura, locale, ristretta, xenofoba, esiste una lingua d’apertura, globale, vasta, cosmopolita, universale: l’esperanto. E’ la creazione di de Ludwik Zamenhof, un ebreo di Bialystok, città allora situata in Russia (oggi in Polonia). In questa città dove la comunità ebrea viveva fianco a fianco a quella dei Polacchi, dei Tedeschi e dei Bielorussi, erano numerose le occasioni di incomprensione. A quei tempi, digià, Dio poteva gioire della sua punizione. Tra la fine del 1870 e l’inizio del 1880, l’esperanto si propose quindi il ritorno alla Babele di prima della collera divina.
Nel momento in cui il mito di una lingua adamitica sembra prendere la forma di un inglese d’aeroporto parlato da milioni di individui, si capisce che la lingua di Shakespeare mutilata, amputata, sfigurata, massacrata, devitalizzata, possa trionfare poiché le viene chiesto di essere lingua del commercio in tutti i significati del termine. Verità lapalissiana, l’inglese è lingua dominante perché è la lingua della civiltà dominante. Parlare inglese, anche male, è parlare la lingua dell’ Impero. Il biotopo dell’inglese si chiama dollaro.
Ma questa lingua agisce anche come un regionalismo planetario : è ugualmente chiusura e convenzione per un mondo ristretto, quello degli affari, del business, dei flussi commerciali di uomini, di cose e di beni. Ecco perché l’esperanto è un’utopia concreta come il progetto di pace perpetua dell’Abbé de Saint-Pierre, entrambe idee della ragione il cui biotopo non è “l’avere” ma “l’essere” – in particolare “l’essere insieme” senza la finalità di altri scambi che non siano immateriali.
L’esperanto propone di abitare una lingua universale, cosmopolita, globale che si costruisce sull’apertura, l’accoglienza, l’allargamento; vuole la fine della maledizione della confusione delle lingue e l’avvento di un idioma suscettibile di colmare il fossato dell’incomprensione tra i popoli; propone una geografia concettuale concreta come antitesi alla religione del territorio; scommette sull’essere come genealogia della sua ontologia e non sull’avere; è l’aspirazione ad una nuova Grecia di Pericle per l’intera
umanità – poiché era greco chiunque parlava greco: si abitava la lingua più che un territorio -; è la volontà prometeica atea non di uguagliare gli dei, ma di fare senza di loro, per provare che gli uomini fanno la storia – e non l’inverso.

(*) Filosofo, Michel Onfray a fondato nel 2002 l’Université populaire de Caen. E’ autore di una quarantina di opere, tra cui "Le Crépuscule d’une idole. L’affabulation freudienne" (Grasset, 600 p., 22 €).

Tradotto da Lapo Orlandi e Daniela Giglioli
articolo originale:
http://www.lemonde.fr/idees/article/201 … _3232.html
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Gli stilisti scoprono la poesia, Michel Onfray l’esperanto

Mentre sul periodico «Das Magazin» il giornalista Rico Czerwinski segnala come siano sempre più numerosi, per lo meno in Svizzera, i figli di professionisti che abbandonano gli studi e si dedicano a attività manuali con notevole disappunto dei genitori, dall’altra parte dell’Atlantico il canadese Douglas Coupland, autore bestsellerista di «Generation X» e di altri dodici romanzi baciati da un successo non sempre così sostanzioso, ha annunciato di avere cambiato, almeno temporaneamente, lavoro. No, non farà il contadino come il giovane Daniel Bucher intervistato da Czerwinski, ma ha deciso di accettare l’offerta dell’azienda di abbigliamento Roots che gli ha chiesto di disegnare una linea di abiti e di accessori già messi in vendita nei giorni scorsi per prezzi che vanno dai 3 dollari e 99 di un taccuino ai 1973 dollari (si parla di valuta canadese) di una giacca «a tiratura limitata» firmata dallo stilista-scrittore. «Non c’è niente di strano, – ha dichiarato Coupland – è sempre il mio cervello, semplicemente uso parti diverse per scopi diversi». Secondo «Book Patrol», blog americano tutto dedicato a notizie editoriali, l’incrocio fra moda e libri sarebbe sempre più frequente di questi tempi, dalla decisione dello stilista Marc Jacobs di aprire una libreria a New York, nel West Village («Book Marc» il nome sull’insegna), alla collezione autunno di Gaby Basora, che trae ispirazione dall’opera di Marguerite Duras. L’autrice di «Distruggere, ella disse» viene anzi definita come «l’ultima icona della moda» in un articolo di «Forbes», che elenca diversi stilisti folgorati sulla strada della letteratura: l’ultimo, in ordine di tempo, è Bruce Montgomery, «design director» per Alexander Boyd, che a giugno ha lanciato una collezione di camicie il cui nome – «Poetic Summer» – è già di per sé un programma. Per sicurezza, comunque, lo stesso Montgomery ha spiegato in una intervista al «Financial Times» che il suo intento è di rendere la moda «un po’ più intellettuale» e che ogni camicia è ispirata a un poeta, da Milton a Lord Byron giù giù fino a Andrew Motion, senza dimenticare Keats e Blake. Impavido, Montgomery ha anche precisato di avere scelto un cotone particolarmente solido perché per lui i poeti sono «persone che riflettono sulle cose più a lungo e con maggiore attenzione».
A modo suo altrettanto coraggioso è stato Michel Onfray che nella sua ultima esternazione su «Le Monde» si lancia in un peana in favore dell’esperanto, «lingua di apertura, globale, vasta, cosmopolita, universale». Non ci vuole molto a capire che dietro queste lodi sperticate c’è un attacco all’inglese, antico tormentone di molti autori francofoni: «parlare l’inglese, anche male, vuol dire parlare la lingua dell’impero… (l’inglese) agisce come una forma di regionalismo planetario, è sinonimo di chiusura e di convenzione, per un mondo angusto, quello degli affari, del business, dei flussi mercantili di uomini, cose, beni». Dunque, la soluzione è l’esperanto che «si costruisce sull’apertura, l’accoglienza, l’ampliamento, auspica la fine della maledizione della confusione delle lingue e l’avvento di un idioma capace di colmare il fossato dell’incomprensione tra i popoli…». A giudicare dai commenti in rete, i seguaci non saranno numerosi.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ … zo/282723/




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