Ahi noi, la lingua batte dove l’inglese vuole

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Ahi noi, la lingua batte dove l’inglese vuole

Recensione al libro di Marazzini "Da Dante alla lingua selvaggia" ed. Carocci,
di Carla Morello sull’inserto Tuttolibri de La Stampa del 19/9/1999.

SETTE: un numero emblematico anche per la storia della nostra lingua. Tanti sono i secoli trascorsi da quando Dante espose la sua teoria del "volgare illustre", una lingua non parlata da una comunità italiana identificabile, ma esistente solo negli scritti poetici "sublimi", cioè di stile alto, di alcuni buoni autori.
In questi settecento anni si è parlato, anzi discusso, moltissima sulla lingua italiana, sui suoi rapporti col latino e col francese, su come meglio adattare la grafia alla pronuncia, sul cosiddetto primato del fiorentino da un lato, e sulla rivalutazione culturale dei dialetti dall’altro, sul ruolo "politico" dell’italiano come lingua del Regno d’Italia prima e della Repubblica poi.
A questi temi Claudio Marazzini dedica altrettanti capitoli del suo ultimo libro, "Da Dante alla lingua selvaggia", un manuale non a caso dedicato ai suoi studenti, oltre che al suo "maestro" Gian Luigi Beccaria. In questo ancora più che nei suoi libri precedenti, infatti, l’autore cerca di far capire come l’alone di annoiata e noiosa dottrina che nell’immaginario studentesco (e non solo studentesco) circonda la "questione della lingua" sia fuorviante e pericoloso.
E ci riesce efficacemente: aiutato anche da una grafica che isola l’apparato bibliografico e le note in fondo al libro, espresso in un italiano lodevolmente chiaro, il messaggio di Marazzini giunge limpido. La questione della lingua è parte integrante della storia d’Italia, una parte non trascurabile, visto che l’idea di un’Italia unita e di un popolo italiano per secoli sono vissuti soltanto attraverso la lingua degli scrittori in italiano.
Nel libro si affacciano alcuni di questi personaggi, quelli che, oltre ad adoperare con l’esempio, hanno anche riflettuto sul mezzo che usavano: Bembo, Trissino, Varchi, gli Accademici della Crusca, Vico, Muratori, Cesarotti, Monti, Perticari, Manzoni, Ascoli, Croce, Gramsci, Pasolini. E dove sfocia il Fiume di belle, appassionate, meditate parole dette e scritte da questi e tanti altri sulla lingua italiana? Nella "lingua selvaggia" che dilaga ovunque? Nell’italiano povero, appiattito, anglicizzato di oggi?
Marazzini non è un purista, come ben sa chi segue settimanalmente le sue equilibrate risposte ai quesiti linguistici dei lettori di Famiglia cristiana. Pensa che la lingua sia "di tutti", non solo dei "progressisti più intelligenti". Ma sarebbe favorevole ad adottare qualche misura anche legislativa per difendere l’italiano come ad esempio è stato fatto in Francia per il francese: "non perch‚ queste misure servano davvero di per s‚, ma per dare ai parlanti il senso della lingua come istituzione e come bene collettivo. Sarebbe una sorta di assunzione di responsabilità in un settore lasciato per ora al caso".
La scelta di mettere la lingua selvaggia nel titolo non è una trovata pubblicitaria. Il primo filo conduttore del libro è far capire appieno la portata del fatto che da lingua, in Italia, venne molto prima della nazione stessa", come è detto nelle pagine iniziali. Il secondo filo conduttore, intrecciato al primo, ma più visibile nei capitoli dedicati al secolo che sta per concludersi, affiora nella conclusione: "gli obiettivi della difesa della lingua, soprattutto di quella scritta, sono tra i più importanti di una società evoluta".
Quando Marazzini parla, per il presente e soprattutto per il futuro, di difesa dell’italiano scritto, ci ha già descritto precedenti scontri dell’italiano con lingue egemoni. Dal Medioevo al Settecento ci fu il latino, poi ci fu il francese (al rapporto-scontro con la lingua d’oltralpe fautore, in quanta piemontese e specialista dell’argomento, dedica pagine molto interessanti). Adesso l’italiano parlato sembra assediato dai dialetti, italianizzati ma sorprendentemente vivi, e l’italiano scritto appare ghettizzato dall’International English. Marazzini si preoccupa che l’italiano fra non molto passa ridiventare, come dice Stussi, "la lingua di qualche milione di arcadi, mentre i ceti produttivi useranno a seconda del loro livello o l’inglese o il dialetto".
La storia della nostra lingua ci ricorda che non è bastata una gloriosa tradizione scritta a fare dell’italiano una vera lingua; ci sono volute volontà politica, scolarizzazione, giornali, radio, televisione. Marazzini prende spunto da questa storia per rovesciarla e metterci in guardia: anche una lingua solo parlata è debole, pensiamo a quanta è accaduto ai dialetti. L’italiano parlato è vivo e vegeto, ma tutti gli studiosi italiani che non possono fare carriera se non scrivendo in un inglese più a meno stentato, sappiano che la stanno facendo a spese dell’evoluzione dell’italiano lingua di cultura.




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