AGGRAPPATI AL SALVAGENTE DELL’EUROPA

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AGGRAPPATI AL SALVAGENTE DELL’EUROPA

di ELISABETTA GUALMINI

Il governo largo di Letta e Alfano appare sempre più aggrappato all’Europa.
Per prendere quanto più possibile ossigeno, ad ogni vertice, in modo da affrontare l’apnea delle vicende domestiche. Anzi, se dipendesse da lui, forse Enrico Letta governerebbe l’Italia direttamente da Bruxelles, con qualche visita mirata a Roma (come si fa un po’ di controvoglia a Natale e a Pasqua per andare a salutare i parenti lontani), rimanendo il meno possibile nel ginepraio di veti incrociati degli ex-avversari-ora-alleati.
Nel ginepraio dei temi che non possono entrare in agenda, delle parole che non si possono dire (tutto quello che gira intorno ai processi di Berlusconi), dei pegni da pagare per sopravvivere, dovendo pure scommettere che il consolidato duo Quagliariello-Violante, accompagnato ora da un plotone di professori universitari, con uno straordinario sussulto di decisionismo e operosità, riesca a portare a casa le Grandi Riforme Costituzionali che non si è riusciti a incassare negli ultimi 25 anni.
Ieri Letta ha indubbiamente «vinto bene» a Bruxelles sulla lotta alla disoccupazione. Ha contribuito ad aumentare le risorse per i giovani (da 6 a 9 miliardi, di cui 1,5 per l’Italia da spendere subito), a dare il calcio di inizio al bilancio comunitario abbattendo la (solita) riottosità britannica, a puntellare il cammino dell’Unione bancaria tifando apertamente per Draghi, e ha provato addirittura a sfidare l’ortodossia rigorista della Bei. Tra la soddisfazione della Merkel a cui non sembra vero che il «Letta rosso» (The Red Letta, per l’«Economist») sia a capo di un governo di grande coalizione.
Non è la prima volta che in Italia ci si gioca la carta del salvataggio dall’Europa. Che si usano i vincoli e le opportunità dei negoziati europei per reggere il timone della navigazione domestica. Nel 1992-93 Amato e Ciampi poterono dare avvio al risanamento lacrime e sangue, perché bisognava marciare a tappe forzate verso l’Unione monetaria. Con Maurizio Ferrera, dedicammo un intero volume per raccontarlo (Salvati dall’Europa). Quel salvataggio tuttavia aveva caratteristiche ben diverse da oggi. Allora si usavano i vincoli europei per varare riforme strutturali (dalle pensioni al pubblico impiego, dalla sanità al collocamento, alle politiche dei redditi), oggi si utilizza l’arena europea per sopravvivere senza cadere. La fuga in Europa torna sempre utile per legittimare davanti all’opinione pubblica la «retorica» delle riforme. Ma allora servì per affondare il coltello sulle patologie più incancrenite del nostro Paese, oggi per salvaguardare la micro-agenda. Le differenze sono inevitabili perché il contesto politico è decisamente diverso.
Allora c’erano governi tecnici senza partiti, sganciati dai loro veti, e tallonati da parti sociali che supplivano coraggiosamente. Oggi un governo iperpolitico che deve accontentare tutti e in cui tutti devono essere d’accordo. Con inedite convergenze parallele che lasciano sbigottiti. Come il duo Brunetta-Fassina, i nuovi Wu Ming del governo Letta. (Il collettivo di scrittori che compone rigorosamente insieme rinunciando ad ogni identificazione personale.) Intervistati insieme su «Panorama», hanno confessato all’unisono di scrivere insieme i documenti preparatori per Bruxelles, senza una virgola di dissenso. Introdurre riforme radicali in un contesto simile è una illusione. Scegliere e decidere di brutto, tra priorità alternative, pure. Non resta che dedicarsi alla microagenda. Volare alto a Bruxelles, stare raso terra a Roma. Il Pacchetto Lavoro non sfugge a questa logica, muovendosi in continuità con la tradizione di «micro-interventi derogatori e contrattati al margine» che ha caratterizzato la storia delle nostre politiche del lavoro (nelle parole di Paolo Sestito, Laterza). Ennesimi ritocchi alle leggi precedenti, incentivi selettivi e ad hoc, nessun taglio coraggioso alla spesa e alle scatole pubbliche per rivitalizzare la crescita. Anche le nuove norme europee (entro 4 mesi un’offerta di lavoro ai disoccupati) non è detto che siano efficaci; in Italia obblighi simili esistono dal 2000 (d.lgs. 181) e non hanno mai funzionato, perché il mercato del lavoro è fermo.
Il rischio dunque che l’ancoraggio all’Europa possa non essere sufficiente c`è. Nonostante gli sforzi del Premier. Ma c’è un ulteriore pericolo. Che a un certo punto, dopo le attese elezioni tedesche, l’ulteriore dose di ossigeno che ci si attende – l’inversione di rotta rispetto al rigore senza crescita – non arrivi. E a quel punto diventerà davvero difficile, a Roma, anche per una persona abituata a dosare con molta sapienza la respirazione, continuare a stare in apnea.
(Da La Stampa, 29/6/2013).




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