Africa: multilingue è la norma, scompare il francese

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TRADOTTO DA ELENA INTRA
"Salaam aleikoum". (Salve)
– "Maleikoum salaam". (Salve, in arabo)
"Na ga def?" (Come stai?)
– "Magni fi rekk". (Tutto bene)
"Ah! Déega Olof?" (Hai capito il Wolof?)
– "Waaw, tuti rekk". (Sì, ma poco)

Ammettiamolo, il mio wolof, lingua dell’omonimo gruppo etnico, è rudimentale e va migliorato. Ma sono passati i giorni in cui a Dakar vi verrebbe servito un saluto impeccabile. Sì, il Senegal era una colonia francese, anzi la più datata. Sì, il primo presidente del Senegal, Léopold Sédar Senghor, era un gigante della letteratura francese. E sì, il suo successore Abdou Diouf dirige l’l’Organizzazione internazionale della francofonia. Ma questo legame formale con la lingua francese è ormai ben lontano dalla vita quotidiana nelle strade del Paese.

Mi viene in mente una conversazione avuta alcuni anni fa con una cooperante olandese, la quale mi disse con assoluta certezza che le lingue indigene africane erano sulla strada dell’estinzione, essendo ormai sotto costante attacco da parte delle grandi lingue internazionali. La donna poteva aver ragione per quanto riguarda alcune lingue minoritarie africane, ma l’idea che in tutto il continente a breve si sarebbe conversato solo in qualche idioma straniero è ridicolo. Prendiamo in esempio il Senegal.

Nei mercati, nei taxi, nei negozi e nelle strade di Dakar, si parla wolof. Andiamo nelle regioni a nord e a est, e la lingua sarà Halpulaar. Oppure prendiamo il mbalax, il genere musicale senegalese. Si canta tutto in wolof. Anche i successi internazionali ottengono il cosiddetto "trattamento wolof", sia nelle parole che nella musica, e il risultato è di solito un miglioramento rispetto all’originale. Il repertorio francese è praticamente scomparso dalla radio senegalese; nella maggior parte dei casi, è un fatto positivo, dato la pessima musica pop francese che gira. Il mbalax domina, e se non è quello, è hip-hop o quella malattia musicale americana conosciuta come R&B.

Il giovane Akon racchiude tutti questi elementi. Senegalese di nascita, vive negli Stati Uniti ed è un artista di successo. Ora immaginate la scena in una città senegalese, dove una folla di giovani sta cantando tutti i suoi brani parola per parola in inglese! È accaduto lo scorso anno, a Saint Louis, il più antico insediamento francese sulla costa africana.

La "ritirata" della lingua francese è abbastanza universale. Certo in posti come Abidjan, Kinshasa, Yaoundé, è ancora molto diffuso, ma sta piano piano regredendo. Ad Abidjan si parla nouchy, un misto tra il francese e le svariate lingue locali tutte mescolate, a Kinshasa si dialoga in lingala, mentre Bamako preferisce il bambara, e così via. Ai livelli più alti si utilizza ancora il francese, ma posso quasi certamente affermare che un gran numero di camerunesi, congolesi, ivoriani e persino senegalesi non hanno mai parlato una lingua europea. E se c’è una lingua straniera che i loro figli vorrebbero parlare, allora è inglese, o, in un prossimo futuro, il cinese. Cosa che li spingerà molto probabilmente a frequentare un istituto privato molto costoso, ma sicuramente utile.

Quindi l’immagine non è quella delle lingue africane che muoiono come mosche, come ha suggerito la cooperante olandese. Per niente. Gli africani sono da sempre multilingue. Proprio come, per esempio, nei Paesi Bassi, la lingua locale semplicemente coesiste con una o più lingue straniere. La differenza è che questa volta gli stessi africani stanno decidendo quale sia la lingua straniera più conveniente per loro. E non è il francese…

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplR … ezione=654




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