Affari e anglofonia

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L’ANGLOFONIA E GLI AFFARI DUE CASI A CONFRONTO

Dopo aver incontrato il nuovo Foreign Secretary britannico a Villa Madama, il nostro ministro degli Esteri si è rivolto ai giornalisti parlando in inglese. Il che mi ha lasciato piuttosto perplesso. Certo, è senz’altro indispensabile che il capo della nostra diplomazia conosca alla perfezione l’idioma britannico. Mi pare inopportuno, tuttavia, che lo utilizzi in un’occasione ufficiale. E lei che ne pensa?
Tommaso Trevisiol, Verona

Perché mai nel nostro Paese, da alcuni anni, la borsa è attiva anche nelle giornate di festa nazionale e in parte di quelle religiose? Negli altri Paesi la festività è tale e viene rispettata, vedasi l’ultima giornata di chiusura delle borse di New York e di Londra lunedì 31 maggio in occasione del Memorial Day. La cosa ha avuto inizio con l’avvento della borsa telematica e tutto lascia pensare di trovarsi in presenza di moltissime persone che usano la borsa come una slot-machine. Non sono certo i grandi investitori che hanno la necessità di speculare nelle giornate festive, costoro operano tranquillamente anche sulle altre borse; perché dunque non ci si allinea? Giuliano Sassa, Milano

Cari lettori, L e vostre lettere trattano questioni diverse, ma descrivono due casi che sono frutto di uno stesso fenomeno: la globalizzazione. Cominciamo da Frattini. Il ministro degli Esteri italiano non è l’unico uomo politico che parla inglese nel proprio Paese di fronte ai microfoni e alle telecamere. Quando fu eletto alla presidenza della repubblica francese, nel 1974, Valéry Giscard d’Estaing fece una dichiarazione indirizzata alla società internazionale e si servì dell’inglese. La cosa non piacque a molti dei suoi connazionali, ma sortì l’effetto desiderato raggiungendo, attraverso i telegiornali, un pubblico non soltanto nazionale. La televisione ha unificato il mondo e la lingua veicolare del pianeta, piaccia o no, è l’inglese. Ne abbiamo avuto altre prove, soprattutto negli scorsi mesi, ogniqualvolta abbiamo visto sul piccolo schermo le immagini di una grande dimostrazione popolare, da quelle di Atene e di Madrid contro la politica del governo a quelle di Istanbul e Ankara contro Israele per l’assalto alla «flottiglia della pace». Accanto ai cartelli nella lingua nazionale vi sono quelli scritti in inglese con slogan spesso infarciti di errori ma pur sempre comprensibili. Se gli organizzatori di una protesta vogliono dare una più vasta risonanza alla propria iniziativa e fare maggiori pressioni sul proprio governo, devono cercare di coinvolgere l’opinione pubblica internazionale. Parlare inglese serve a eliminare il diaframma della lingua, ad allargare il numero degli ascoltatori. Le stesse considerazioni si applicano per certi aspetti alle Borse. In un sistema economico-finanziario ormai globalizzato, la differenza dei fusi orari fa sì che non vi sia quasi momento della giornata in cui non sia aperta e funzionante una Borsa in cui si vendono e si comprano i titoli azionari delle imprese quotate e i bond emessi dai singoli governi. Esiste quindi un tavolo da gioco virtuale intorno al quale non si smette mai di puntare e scommettere. Niente vieta a un giocatore di abbandonare la partita per un paio di giorni. Ma nel frattempo vi sarà sempre qualcuno nel mondo che lavora con le azioni e i bond di cui il giocatore assente è proprietario. Vi sono festività nazionali che le singole Borse devono rispettare, ma ve ne sono altre in cui è meglio stare al tavolo per cogliere occasioni e affrontare pericoli. Nel calendario tedesco, per esempio, vi sono due festività religiose (il lunedì di Pentecoste e Corpus Christi) durante le quali nessuno lavora fuorché la Borsa di Francoforte. Naturalmente non tutte le Borse sono eguali. Vi sono quelle molto importanti che fissano le regole del gioco e possono permettersi d’interromperlo. E vi sono le altre.
Sergio Romano
(Dal Corriere della Sera, 14/6/2010).




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