Accornero: L’individualismo di mercato e il lavoro post-fordista

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L'individualismo di mercato e il lavoro post-fordista.
Prima Parte
Aris Accornero conduce una riflessione in grado di offrire interessanti elementi per la comprensione dell'andamento del mercato capitalistico e dei suoi vari risvolti.

L’individualismo di mercato

L’ottimismo del decennio scorso circa la globalizzazione è stato cancellato dai contrasti fra Stati Uniti, Europa e Sud-est asiatico, e dalle tensioni per le guerre in Afghanistan e in Iraq. Il forte rallentamento dell’integrazione internazionale non sembra, tuttavia, rallentare la spinta verso una globalizzazione intesa come uniformazione del mondo, cui tendono tuttora sia il potere dei mercati finanziari sia la «egemonia culturale» americana, cioè il predominio ideologico dell’individualismo di mercato anglosassone. A tale egemonia dà notevole rilievo Ronald Dore , ritenendo che essa influisca pesantemente sul mondo del lavoro e sul cambiamento sociale tanto con il primato dell’American way of life e del Washington consensus, quanto con il potere dei media, delle armi e, in minore misura, dell’economia, anche se – come egli nota – è molto diminuita dopo l’attacco all’Iraq.

Il predominio ideologico dell’individualismo di mercato va oltre la MacDonaldisation: basta ricordare che, per anni, istituzioni come il Fondo monetario e la Banca mondiale hanno imposto agli altri paesi condizioni e comportamenti di mercato che i governi americani non rispettavano . Esso va oltre i tanti manager che sono andati negli Usa per imparare a gestire l’economia e le imprese: infatti, intere élite politiche, come quella della Spagna, si sono formate nelle business school americane (e pertanto, oltre a Financial Times, Wall Street Journal e Economist, citati da Dore, si abbonano anche a Business Week…).

L’individualismo di mercato si propone come «pensiero unico del vero capitalismo» e ha, appunto, i connotati di quello statunitense. Basta citare l’approccio dei neo-conservatori alla durata del lavoro: noi americani, afferma il Weekly Standard, disponiamo di molti beni perché lavoriamo più di voi europei, che in Francia e Germania vi siete inventati la settimana di 35 ore (in base a questa logica, gli americani dovrebbero lavorare ancora di più per smettere di vivere al disopra delle proprie possibilità e di essere indebitati con il resto del mondo…).

Mentre il «vero» capitalismo ripropone il proprio individualismo, quello reale mostra differenze geopolitiche che smentiscono l’idea marxista e liberale di un sistema uniforme, tant’è che nel mondo sviluppato coesistono fra i grandi partner modelli sociali diversi, mentre altri se ne delineano in paesi emergenti come la Cina e l’India.

Il marchio più appariscente dell’individualismo di mercato è l’omologazione linguistica, anche perché protrae una secolare preminenza imperiale anglosassone. Ciò fa perfino rimpiangere l’esperanto come occasione mancata per il movimento dei lavoratori: purtroppo il fervido internazionalismo di due intellettuali cosmopoliti come Marx e Lenin si fermò poco più in là del tedesco e del russo.

Il soft power dell’individualismo di mercato e l’hard power dei mercati fi-nanziari possono influire sulla regolazione-deregolazione del lavoro e dei mercati del lavoro a livello globale. Basta pensare agli spostamenti di lavoro, tipo il software made in India per molte aziende americane, o le tredicimila imprese create in Romania da imprenditori italiani. O agli spostamenti di lavoratori migranti, ma anche nativi. Ciò sottolinea l’importanza del diritto del lavoro e di tutte le istituzioni che, a livello mondiale, possono promuovere indagini e dare direttive per standard e accordi di lavoro corretti, a cominciare dal Bureau International du Travail: a parte il suo impegno sul lavoro minorile, basta citare interventi importanti e recenti quali i diritti dei lavoratori in caso di investimenti stranieri, e i trasferimenti di produzioni e d’imprese, con o senza lavoratori.

Dore invita giustamente a non sottovalutare i poteri di cui dispongono gli Stati nazionali, anche quando cedono sovranità a istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea, il cui governo e Parlamento hanno promosso leggi su lavoro temporaneo, orario di lavoro, trasferimenti d’impresa, videoterminali, telelavoro, mobbing. Una controprova di sovranità nazionale viene purtroppo dal Regno Unito dove, nonostante il governo laburista, l’individualismo di mercato anglosassone ha ostacolato le limitazioni degli orari. Una prova di sovranità sovranazionale viene dalla Corte di giustizia europea, che ha recentemente condannato l’Italia perché aveva consentito a partiti e sindacati di applicare ai loro dipendenti minori tutele contro i licenziamenti.

Anche i sindacati sono indispensabili, a livello sia nazionale sia inter-nazionale, per impedire che i cambiamenti del lavoro riducano la protezione dei lavoratori e per consentire che le nuove forme di impiego abbiano una tutela adeguata. Del resto, se i sindacati dell’occidente mostrano segni di declino, i paesi emergenti sembrano ripercorrere velocemente la storia di queste organizzazioni dei lavoratori. Certo, la loro influenza è politicamente minacciata da quegli imprenditori che li considerano costosi, perfino quando hanno bisogno di loro per ottenere consenso sociale.

Ma è minacciata in modo più insidioso quando le modifiche di struttura e di funzionamento scompongono le parti e riducono le dimensioni delle imprese. Infatti, mentre si restringono i tradizionali bisogni di tutela per il lavoro fordista, si espandono bisogni nuovi per quello post-fordista. Rispetto al passato, infatti, i sindacati devono essere più vicini ai lavoratori, di cui devono non soltanto tutelare i diritti collettivi ma anche le sorti individuali, e farlo sui mercati del lavoro non meno che sui luoghi di lavoro. Oltretutto, essi possono offrire qualche aiuto perfino a chi potrebbe tutelarsi da sé grazie al proprio potere di mercato.

D’altra parte, i cambiamenti del lavoro sono tali che per difendere i lavoratori non basta attestarsi sulle protezioni del passato, ma occorre delineare con realismo soluzioni legislative e contrattuali adeguate (Dore critica il governo di centro-sinistra, che in Italia ha introdotto le prime forme di lavoro flessibile: ma queste, dopo anni di occupazione stagnante, hanno creato 2 milioni di posti; temo che le leggi appena approvate dal governo di centro-destra creeranno, invece, pochi posti e tanta precarietà). Un approccio realista è necessario anche per combat-tere le diseguaglianze economiche e il dumping sociale, resi possibili dalla globalizzazione dei mercati. Ad esempio, rispetto al gretto protezionismo dell’Afl-Cio è meglio la vecchia arma del boicottaggio, più temuta da aziende multinazionali come Nike.

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