A scuola di latinorum dal «profe» genovese

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A scuola di latinorum dal «profe» genovese
17/11/2006 La Stampa
di Giuseppe Marcenaro

Il Papa bavarese vuole tornare alla messa in latino.Efa bene. Sarà tuttavia una bella impresa. Intanto perché i preti il latino non lo sanno più; e poi bisognerà vedere fino a che punto riuscirà a riesumare una lingua che, nella generale ignoranza, viene ormai considerata oltre che «morta» una curiosa invenzione, tipo esperanto dell'antichità. D'altra parte anche l'italiano è destinato a ben misera fine. Tra qualche anno si ridurrà al culto di pochissimi. A quel punto il Bel Paese avrà perduto la propria identità. Caduto l'impero romano il latino restò alla Chiesa e ai colti.

L'italiano sarà usato, passabilmente, da una combriccola di ostinati e musoni carbonari che faranno il broncio a chi comunicherà nel gergo che già si sta profilando:un nuovo «volgare», ovverosia l'italiano della decadenza, inzeppato di neologismi sghembi, grugniti coniugati con il belluino «televiseve». Sarei sciocco e male informato se non sapessi che le lingue vivono quando si ornano di neologismi, parole più adeguate ai tempi e così via. Ma la nostra lingua nazionale, per quanto possa sembrare curioso, non si arricchisce. Il parlato evolve restringendosi a barbuglio mentre la comunicazione scritta sconfina in neogeroglifico. Per questo il recupero del latino da parte della Chiesa mi è parsa una buona novella e mi ha indotto a ritornare a un vecchio libro del professor Michele Fornaciari che, trovandosi con il figlio maggiore incagliato nelle secche del primo latinetto, non trovò di meglio che scrivere una Guida pratica per i padri dei ragazzi che studiano il latino, pubblicata nel 1947, sotto il titolo Latinorum. Pleonastico ricordare come dietro a Michele Fornaciari – ognun sa è uno pseudonimo – si celi quello del vero autore, Giovanni Ansaldo, uno dei più grandi e controversi giornalisti del secolo scorso.

Ansaldo era celebrato per la sua capacità espressiva, quella forma giornalisticasomma che utilizzava le più vivaci variabili della lingua per scrivere degli articoli formidabili. Con la sua scrittura nel tempo in cui non irrompeva la «civiltà dell'immagine» sapeva «far vedere». Certo, era un conservatore. Sosteneva che i giovani dovevano andare a scuola, studiare il latino non soltanto per saper declinare rosa, rosae…, ma per imparare ad essere – nel significato preciso e assoluto della parola – dei signori. Che nel traslato d'oggi vorrebbe forse voler dire essere dei cittadini degni del proprio Paese. La cura e l'attenzione alla lingua non è soltanto una capacità superiore di comunicare. Piuttosto la consapevolezza di vivere in una società di uomini decorosi e civili.

gmarcenaro@libero.it
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