A Riccione

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La Storia

Al via la Kermesse, tra volantini in esperanto

e interruzioni al grido di “marijuana libera”

Quel partito di poeti pazzi guidato da demoni onesti e bizzarri

di Filippo Ceccarelli

Ci si può fidare dei radicali? No, certamente. Ma proprio in questo sta il bello: nell’imprevedibilità, nel capovolgimento della logica, nel rilancio pittoresco, nell’immaginazione come necessità e nella follia, persino.

“Poeti pazzi e pazzi poeti”: in questo modo nei primi anni settanta Marco Pannella designava i cittadini del suo piccolo grande popolo strambo e creativo, “uomini e donne di marciapiede”.

E così ancora un po’ si sentono, i radicali, al Pala Terme, di nuovo alle prese con “il ragionevole sregolamento di tutti i sensi” (secondo la lectio di un pannellizzatissimo Rimbaud), qui nell’umida riviera adriatica. All’ingresso c’è un signore con la barba e la penna in testa che accoglie calorosamente i visitatori in una lingua sconosciuta, che solo leggendo il volantino si capisce essere purissimo esperanto. Poi dentro, in sala, c’è un omone sorridente, t-shirt con linguaccia e golf sudamericano a strisce arcobaleno, che più e più volte interrompe la relazione tuonando: “Marijuana libera!”. E poi un opuscolo intitolato “L’Osservatore vaticano” che affronta la questione della pedofilia nella Chiesa pubblicando in prima pagina uno spaventoso ritratto del Papa che al posto di un agnello sulle spalle si carica un bambino nudo. E poi Pannella platealmente in platea, che sarebbe già una specie di normalizzazione dei costumi interni, una prova di buona volontà se si considera che in occasioni del genere non solo si rifiuta di salire sul palco, ma il primo giorno non si presenta proprio, e al congresso di Ginevra, nel 2002, ebbe anche il cuore di trasmettere la sua mozione per posta elettronica.

I giornalisti, si sa, adorano il colore e il folklore radicale, non di rado trascurandone le arcane risonanze e certe vibrazioni che a distanza di anni suonano addirittura profetiche. Ma intanto negli occhi degli invitati politici della prima fila, tra cui varie tribù di socialisti tutt’altro che mansueti fra loro, ma tutti qui egualmente auto-candidati al fatidico rito dell’ “impannellamento”, ecco, nei loro occhi pare di leggere: “Ma è stata una buona idea quella di venire? Ci sarà da fidarsi di questi matti?”. E di nuovo la risposta è: no. Però di nuovo occorre anche aggiungere che qui – e solo qui, sotto la volta di questo luogo incongruo con spruzzi di fontana e bar orientale – c’è esattamente quello che manca ai socialisti politicisti e smaniosi: passione, onestà, fantasia e, appunto, bizzarria. Quest’ultima, si capisce, anche più del dovuto.

Non è un partito psicotico, quello radicale, bensì picchiatello e, sia detto sempre con rispetto, mattacchione. Strane leggi lo ispirano e curiosi demoni lo governano. Fin dall’inizio, in qualche modo, anche se poi le norme e gli spiriti-guida si alternano così turbinosamente da risultare irriconoscibili. Ma il nome resta e qualcosa vuole dire.

Ora, qui alle Terme la questione è passata un po’ così, un rapido accenno nella pur ricca relazione di Daniele Capezzone in cravatta rossa, illuminato da un faretto caravaggesco. Ma tra qualche giorno il Pr compirà 50 anni. Nel dicembre del 1955 Villabruna (con tanto di “bandiere villabrunate”), Scalfaro e Carandini escono dal partito liberale di Malagodi (“Avete il potere – è la battuta per chi resta – e allora malagodetevelo!”) e insieme ad antichi azionisti (Calogero, Valiani), esponenti di Unità Popolare, goliardi dell’Ugi e giornalisti del Mondo danno vita alla sigla più impronunciabile della storia politica italiana, Prldi. In “La sera andavamo a via Veneto”, Eugenio Scalfari scrive che il partito, di lì a poco destinato a chiamarsi radicale, era già pronto nel marzo. Nel dicembre, sul Mondo, Mario Pannunzio scrive dei fondatori: “I padroni del vapore non troveranno certo mercenari e staffieri pronti a vendere le idee per un assegno mensile”. E conclude: “Dirà l’avvenire se i promotori del nuovo partito hanno avuto torto a non disperare”.

Poi quei radicali e gentiluomini, di solito benestanti e di solito longilinei, si disamorano della loro creatura. Ma questa dell’assegno mensile indisponibile resta nel dna del partito. Il ventennale (1975) è celebrato con quello che resta l’ultimo appello pubblico di Pier Paolo Pasolini: non abbiate paura degli “angoli bui”, continuate ostinatamente a identificarsi col diverso, continuate a scandalizzare. E fu il tempo dei transessuali, dei preti spretati ed eretici, degli ergastolani, delle pornostar, dei malati. E qualcosa di tutto questo, di tutti questi personaggi visti in decine di congressi è rimasto: e ieri l’immagine più commovente che il maxi-schermo ha restituito alla platea era il lungo, silenzioso primo piano di Luca Coscioni con una mano che gli sollevava il capo.

Ancora vent’anni, e nel novembre del 1995, per una ragione che legittimamente è del tutto oscurata dalla memoria dell’evento, una mezza dozzina di radicali in digiuno, tra cui la graziosa Rita Bernardini e l’ultrasettantenne Stanzani, seduto e di schiena, si offrono agli sguardi del pubblico del teatro Flaiano: e sono completamente nudi. Dietro le quinte, Pannella ci dà dentro recitando il profeta Isaia. Nell’era del più costoso marketing politico ha speso meno di mezzo milione. Ma sull’altare dello spettacolo ha bruciato tutto l’incenso a disposizione. Per fare scandalo, con Pasolini, non gli resta qualche anno dopo che bere la propria pipì.

I delegati di Riccione se lo guardano ancora con ammirazione: Boselli, Bobo Craxi e i diessini lo stesso, ma pure con qualche diffidenza. Capezzone intanto evoca mantra e markette, Pupo e San Pietro, il cardinal Pompedda e Toni Negri, la Parmalat e Koizumi, Martelli e Mosè, la ‘ndrangheta e la Ru486, Rutelli e Al Capone, Porta a Porta e la Kulisciov. “Pannella Pannella” grida uno, a freddo. Il segretario guarda avanti, sorride, riprende. E’ un Hide Park Corner collettivo, dopo tutto. Puro fermento, come al solito.

Adesso stanno lavorando a un nuovo soggetto post-radicale.

(Da La Repubblica, 30/10/2005).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La Storia<br /><br />
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Al via la Kermesse, tra volantini in esperanto <br /><br />
e interruzioni al grido di “marijuana libera”<br /><br />
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Quel partito di poeti pazzi guidato da demoni onesti e bizzarri<br /><br />
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Ci si può fidare dei radicali? No, certamente. Ma proprio in questo sta il bello: nell’imprevedibilità, nel capovolgimento della logica, nel rilancio pittoresco, nell’immaginazione come necessità e nella follia, persino.<br /><br />
“Poeti pazzi e pazzi poeti”: in questo modo nei primi anni settanta Marco Pannella designava i cittadini del suo piccolo grande popolo strambo e creativo, “uomini e donne di marciapiede”.<br /><br />
E così ancora un po’ si sentono, i radicali, al Pala Terme, di nuovo alle prese con “il ragionevole sregolamento di tutti i sensi” (secondo la lectio di un pannellizzatissimo Rimbaud), qui nell’umida riviera adriatica. All’ingresso c’è un signore con la barba e la penna in testa che accoglie calorosamente i visitatori in una lingua sconosciuta, che solo leggendo il volantino si capisce essere purissimo esperanto. Poi dentro, in sala, c’è un omone sorridente, t-shirt con linguaccia e golf sudamericano a strisce arcobaleno, che più e più volte interrompe la relazione tuonando: “Marijuana libera!”. E poi un opuscolo intitolato “L’Osservatore vaticano” che affronta la questione della pedofilia nella Chiesa pubblicando in prima pagina uno spaventoso ritratto del Papa che al posto di un agnello sulle spalle si carica un bambino nudo. E poi Pannella platealmente in platea, che sarebbe già una specie di normalizzazione dei costumi interni, una prova di buona volontà se si considera che in occasioni del genere non solo si rifiuta di salire sul palco, ma il primo giorno non si presenta proprio, e al congresso di Ginevra, nel 2002, ebbe anche il cuore di trasmettere la sua mozione per posta elettronica.<br /><br />
I giornalisti, si sa, adorano il colore e il folklore radicale, non di rado trascurandone le arcane risonanze e certe vibrazioni che a distanza di anni suonano addirittura profetiche. Ma intanto negli occhi degli invitati politici della prima fila, tra cui varie tribù di socialisti tutt’altro che mansueti fra loro, ma tutti qui egualmente auto-candidati al fatidico rito dell’ “impannellamento”, ecco, nei loro occhi pare di leggere: “Ma è stata una buona idea quella di venire? Ci sarà da fidarsi di questi matti?”. E di nuovo la risposta è: no. Però di nuovo occorre anche aggiungere che qui – e solo qui, sotto la volta di questo luogo incongruo con spruzzi di fontana e bar orientale – c’è esattamente quello che manca ai socialisti politicisti e smaniosi: passione, onestà, fantasia e, appunto, bizzarria. Quest’ultima, si capisce, anche più del dovuto.<br /><br />
Non è un partito psicotico, quello radicale, bensì picchiatello e, sia detto sempre con rispetto, mattacchione. Strane leggi lo ispirano e curiosi demoni lo governano. Fin dall’inizio, in qualche modo, anche se poi le norme e gli spiriti-guida si alternano così turbinosamente da risultare irriconoscibili. Ma il nome resta e qualcosa vuole dire.<br /><br />
Ora, qui alle Terme la questione è passata un po’ così, un rapido accenno nella pur ricca relazione di Daniele Capezzone in cravatta rossa, illuminato da un faretto caravaggesco. Ma tra qualche giorno il Pr compirà 50 anni. Nel dicembre del 1955 Villabruna (con tanto di “bandiere villabrunate”), Scalfaro e Carandini escono dal partito liberale di Malagodi (“Avete il potere – è la battuta per chi resta – e allora malagodetevelo!”) e insieme ad antichi azionisti (Calogero, Valiani), esponenti di Unità Popolare, goliardi dell’Ugi e giornalisti del Mondo danno vita alla sigla più impronunciabile della storia politica italiana, Prldi. In “La sera andavamo a via Veneto”, Eugenio Scalfari scrive che il partito, di lì a poco destinato a chiamarsi radicale, era già pronto nel marzo. Nel dicembre, sul Mondo, Mario Pannunzio scrive dei fondatori: “I padroni del vapore non troveranno certo mercenari e staffieri pronti a vendere le idee per un assegno mensile”. E conclude: “Dirà l’avvenire se i promotori del nuovo partito hanno avuto torto a non disperare”.<br /><br />
Poi quei radicali e gentiluomini, di solito benestanti e di solito longilinei, si disamorano della loro creatura. Ma questa dell’assegno mensile indisponibile resta nel dna del partito. Il ventennale (1975) è celebrato con quello che resta l’ultimo appello pubblico di Pier Paolo Pasolini: non abbiate paura degli “angoli bui”, continuate ostinatamente a identificarsi col diverso, continuate a scandalizzare. E fu il tempo dei transessuali, dei preti spretati ed eretici, degli ergastolani, delle pornostar, dei malati. E qualcosa di tutto questo, di tutti questi personaggi visti in decine di congressi è rimasto: e ieri l’immagine più commovente che il maxi-schermo ha restituito alla platea era il lungo, silenzioso primo piano di Luca Coscioni con una mano che gli sollevava il capo. <br /><br />
Ancora vent’anni, e nel novembre del 1995, per una ragione che legittimamente è del tutto oscurata dalla memoria dell’evento, una mezza dozzina di radicali in digiuno, tra cui la graziosa Rita Bernardini e l’ultrasettantenne Stanzani, seduto e di schiena, si offrono agli sguardi del pubblico del teatro Flaiano: e sono completamente nudi. Dietro le quinte, Pannella ci dà dentro recitando il profeta Isaia. Nell’era del più costoso marketing politico ha speso meno di mezzo milione. Ma sull’altare dello spettacolo ha bruciato tutto l’incenso a disposizione. Per fare scandalo, con Pasolini, non gli resta qualche anno dopo che bere la propria pipì.<br /><br />
I delegati di Riccione se lo guardano ancora con ammirazione: Boselli, Bobo Craxi e i diessini lo stesso, ma pure con qualche diffidenza. Capezzone intanto evoca mantra e markette, Pupo e San Pietro, il cardinal Pompedda e Toni Negri, la Parmalat e Koizumi, Martelli e Mosè, la ‘ndrangheta e la Ru486, Rutelli e Al Capone, Porta a Porta e la Kulisciov. “Pannella Pannella” grida uno, a freddo. Il segretario guarda avanti, sorride, riprende. E’ un Hide Park Corner collettivo, dopo tutto. Puro fermento, come al solito.<br /><br />
Adesso stanno lavorando a un nuovo soggetto post-radicale.<br /><br />
(Da La Repubblica, 30/10/2005). <br /><br />
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