A proposito di lingue in via di estinzione

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LINGUE IN VIA DI ESTINZIONE, IL CASO MESSICANO

di Luca Pistone.

Nel mondo si parlano tra le 5.000 e le 7.000 lingue. Ma l’Unesco (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) lancia un allarme: il 50% di queste rischia di scomparire, ogni 15 giorni muore una lingua. L’agenzia dell’ONU, che ogni anno pubblica un atlante linguistico interattivo, rivela che dal 1950 ben 230 lingue sono cadute nell’oblio, mentre altre 2.500 rischiano un simile destino.
È in India, Stati Uniti, Brasile, Indonesia e Messico, paesi con elevata diversità linguistica, che si presentano le maggiori minacce. È in Papua Nuova Guinea che si registra il più alto numero di lingue parlate, oltre 800, ed è sempre qui che in proporzione ci sono meno pericoli di perderle, 88 casi.
L’Unesco osserva che ci sono lingue considerate “estinte”, oggetto però di una “rivitalizzazione attiva”, come il cornish in Cornovaglia o il sîshëë in Nuova Caledonia: “Grazie a politiche linguistiche favorevoli, aumenta costantemente il numero dei parlanti lingue indigene”. È il caso dell’aymara e del quechua in Perù, del maori in Nuova Zelanda, del guaraní in Paraguay e di altre lingue di Canada, Stati Uniti e Messico, segnala l’organismo.
Oggi, più della metà della popolazione mondiale parla 11 lingue (cinese, inglese, hindi/urdu, castigliano, arabo, portoghese, russo, bengalese, giapponese, tedesco e francese), e il 96% degli abitanti della Terra utilizza il 4% delle lingue del mondo.
“Risulta impossibile calcolare il numero di lingue scomparse in tutta la storia dell’umanità. Alcuni linguisti hanno fatto dei calcoli in base ai quali si sono estinte soprattutto in Europa, Asia Minore e Stati Uniti”, spiega l’Unesco. Tra le lingue recentemente scomparse, l’eyak in Alaska nel 2008, l’akkala sami in Russia nel 2003, l’ubyh in Turchia nel 1992, l’aasax in Tanzania nel 1976.
In Messico l’emergenza è il multilinguismo. Gli Stati Uniti Messicani rientrano tra i 9 paesi con la maggiore diversità linguistica del pianeta, secondo il Programa de Revitalización, Fortalecimiento y Desarrollo de las Lenguas Indígenas Nacionales (PINALI) 2008-2012 del Governo messicano.
Su 112 milioni di abitanti, sono quasi 7 milioni i messicani che parlano correntemente una lingua indigena. La maggior parte di questi, che vive nelle zone rurali degli stati di Chiapas e Oaxaca, parla náhuatl, maya, mixteco e zapoteco. Sussistono altri 22 gruppi linguistici che non superano i 1.000 parlanti. Complessivamente, il Messico presenta 11 famiglie linguistiche, 68 lingue e 364 varianti dialettali di cui 259 in pericolo di estinzione.
Le lingue sono per legge protette, in teoria. La Ley General de Derechos Lingüísticos de los Pueblos Indígenas del 2003 riconosce il “diritto di tutti i messicani di comunicare nella lingua normalmente utilizzata” in qualsiasi ambito, e garantisce, tra gli altri diritti, l’accesso degli indigeni all’educazione obbligatoria “bilingue e multiculturale” e l’assistenza legale con traduttori.
Molte organizzazioni denunciano la continua violazione di quest’ultimo requisito. Attualmente sono più di 8.630 gli indigeni detenuti nelle carceri del paese, quando gli interpreti accreditati presso l’Instituto Nacional de Lenguas Indígenas (INALI) sono 357. L’84% degli oltre 500 indigeni processati nello stato di Oaxaca nel 2007 sostiene di non aver usufruito dei servizi di traduzione e/o di interpretariato, secondo uno studio sull’accesso alla giustizia degli indigeni in Messico dello United Nations High Commissioner for Human Rights (UNHCHR).
Le indagini del Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropoligía (CIESAS Sureste) del Chiapas rivelano che di norma “i padri di famiglia percepiscono che la lingua indigena non aiuta, e per i propri figli optano per il castigliano e per l’inglese. Soffrono una discriminazione, e pertanto decidono di non trasmettere la loro lingua madre”.
Le spiegazioni di quanti abbandonano una lingua sono vaghe: “predomina il castigliano”, “i confini della lingua indigena sono troppo ristretti”, “la scuola pubblica pregiudica il suo uso”. La tendenza generale vuole un’educazione pubblica di transizione verso il castigliano. Nelle comunità con un’istruzione bilingue, a partire dalla quinta elementare gli studenti si preparano allo studio del castigliano poiché sono scarse le possibilità di entrare in una scuola media bilingue. In altre parole, a questo punto della carriera scolastica né si domina la propria lingua né si scrive fluidamente il castigliano. Esistono alcuni poli universitari bilingue, detti multiculturales, ma i loro titoli sono limitati al settore del turismo sostenibile, dell’agricoltura o della lingua.
Carenza di traduttori nei processi giudiziari; amministrazione praticamente monolingue; ospedali in comunità indigene privi di medici che parlano la lingua locale, sono solo alcune delle ragioni che convincono le famiglie indigene ad abbandonare la lingua madre.
Le lingue indigene possono essere salvate? Dipende essenzialmente dalla diffusione che hanno. Se i parlanti sono anziani, spariranno. Dipende anche dall’atteggiamento dei giovani, dalla loro decisione di trasmettere o meno la lingua originaria alla prole. Tuttavia, i fenomeni migratori offrono opportunità di coesione identitaria e di riscatto linguistico, come nel caso dei mixtecos, sparsi in tutto il Messico, che hanno creato una rete d’interazione che appoggia i diritti etnici e linguistici.
(Da atlasweb.it, 18/6/2012).




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