A partire dalla Toscana torna, negli ospedali, la lingua italiana

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Via l’Inglese dagli Ospedali il Palloncino vola meglio dello Stent

di Paolo Di Stefano

Se la si chiama semplificazione, non si può non essere d’accordo. La battaglia per rendere più agevole il percorso dei malati (specie gli anziani) nel tenebroso mondo della medicina e degli ospedali appare sacrosanta. Non c’è mai stato linguaggio più gergale di quello clinico, se è vero che già nel Seicento, Francesco Redi, che pure era medico lui stesso oltre che letterato dell’Accademia della Crusca, qualificava i «termini reconditi e misteriosi che usa l’arte medicinale» come «nomi da far spiritare i cani». Un tempo il paziente doveva fare i conti con la magniloquenza da cerusici che sfoggiava un lessico dotto, preferibilmente grecizzante, preferendo i «leucociti» ai «globuli bianchi», la «cefalea» al «mal di testa», l’«ematuria» al «sangue nelle urine». Oggi non è che il vezzo esibizionistico tradizionale sia del tutto tramontato, ma la terminologia «dotta» è preferibilmente quella anglo-tecnologica: la cultura classica, che un tempo era in sé talmente prestigiosa da apparire rassicurante, è stata sostituita dalla fredda preparazione tecnica, vagamente collegata al possesso della lingua inglese. Il che favorisce, almeno nelle strutture sanitarie, la rapidità degli acronimi, per cui entrando in ospedale o avviandosi in un qualsiasi iter medico, capita di perdersi in un dedalo di UOC, CDI UOS, UST, IDR, HOS, RSA, ADI, CDA, che non è un Consiglio d’Amministrazione ma un Centro Diurno per Anziani. Per non dire dell’invasività del vocabolario angloamericano, che vuole trasmettere un’idea (esterofila) di efficienza: e non solo per il Day Hospital, tutto sommato ormai entrato nell’uso, ma per i vari Booster e Follow-up sostituibili da termini equivalenti del vocabolario italiano (la vaccinazione aggiuntiva e il controllo a distanza). Certo, è anche vero che bypass è ormai intraducibile (ridicola suonerebbe una frase tipo: «Ho fatto una deviazione cardiaca»), ma il vecchio caro «palloncino» risultava al malato molto più familiare del gelido stent, che sarà sicuramente più puntuale ma è senza dubbio più arcigno e meno leggero (da pronunciare e da portare).
(Dal Corriere della Sera, 1/10/2012).




2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

INDICAZIONI PUBBLICHE Torna l’Italiano? Meno male...<br />
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di Alessia Lai<br />
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Quante volte, su queste pagine, abbiamo condannato l’uso pubblico di lingue e dialetti estranei al posto dell’idioma nazionale?<br />
Innumerevoli volte.<br />
L’ultimo episodio, da noi non soltanto contestato, ma biasimato e vituperato, è stata la recente decisione del “magnifico” rettore del Politecnico di Milano di imporre l’esclusivo uso della lingua inglese, al posto dell’italiano, nei corsi universitari.<br />
Per non parlare dei vari “Innichen” (San Candido), Coq (Cocquio) o Trst (Trieste) nella toponomastica, a volte quasi esclusiva, dei territori di confine. O degli anglicismi - anche scorretti, come “ticket” invece di “tassa”... - che ormai dilagano nelle trasmissioni, nei documenti ufficiali, nelle denominazioni di varie funzioni di governo (sic) o parlamentari.<br />
Ma ecco giungere notizie - accolte con un po’ di stupore, lo ammettiamo... - che qualcosa sta cambiando.<br />
La semplificazione - e rinazionalizzazione - delle indicazioni pubbliche sta infatti iniziando la ripartire dagli ospedali e dalle unità sanitarie locali.<br />
Le attuali definizioni di Day hospital, day surgery, day service, unit stroke, triage, emergency room, rooming in, e tante altre, dovrebbero nel breve periodo sparire dalla cartellonistica interna e dai moduli per i cittadini e i pazienti. E oltre agli anglicismi dovrebbero essere cancellati anche tutti quegli acronimi astrusi tipo Uos, Uoc, Smia,, Tsmree, Smria, Uompia e cioè tutte le sigle anormali presenti.<br />
Ma dove accadrà questa piccola “rivoluzione copernicana”?<br />
Nella Regione Toscana, dove l’assessore alla Salute Luigi Marroni ha deciso il cambio di toponomastica e l’avvio del cambio delle sigle: “Bisogna assolutamente semplificare”, ha detto, perché occorre rivolgersi ai cittadini con parole semplici e pronunciabili.<br />
A Napoli, l’ “apripista” sarà il Santobono.<br />
A livello nazionale, l’operazione trasparenza che archivia inglese e sigle difficili sarà portata avanti in blocco dai nosocomi pediatrici a cominciare dal Regina Margherita di Torino, dal Gaslini di Genova, dal Bambino Gesù di Padova, dal Burlo di Trieste, dal Salesi di Ancona e dal Meyer di Firenze.<br />
Il passo seguente sarà quello più importante: uniformare la terminologia a livello nazionale. Altrimenti il cittadino continuerà a non orientarsi nel dedalo di indicazioni le più diverse (e meno “italiane”) che oggi significano soltanto disordine.<br />
Beh, è un inizio di buona notizia. Con i tempi che corrono si vede che c’è ancora qualcuno che continua a far funzionare l’intelletto.<br />
a.l.<br />
(Post Scriptum. Quelli che usano “question time”, welfare, gap, spread et similia... sono malati irrecuperabili).<br />
(Da rinascita.eu, 1/10/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Operato di cataratta, resta cieco<br />
Nel referto l'errore scritto in inglese<br />
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L’intervento di cataratta che gli avrebbe dovuto restituire una vista normale, in realtà gliela ridotta fino a renderlo quasi cieco a un occhio. E - se l’inchiesta della procura arriverà a confermarlo - per non dare la possibilità al paziente e ai suoi familiari di capire come, effettivamente, si fosse verificato qualcosa di sbagliato durante l’intervento, l’errore (presunto) è stato riportato sulla cartella clinica utilizzando una terminologia in lingua inglese.<br />
La frase, tradotta, indicava l’esito (non felice) dell’operazione alla cataratta effettuata all’occhio sinistro di un anziano pensionato e quali fossero state le conseguenze: il cristallino artificiale era stato sistemato al contrario. Circostanza non emersa subito, ma solo dopo una serie di visite di controllo al quale il paziente si era sottoposto con regolarità nell’ambulatorio dell’ospedale de Lellis fino a quando, avvertendo seri disturbi, si era reso necessario un nuovo ricovero e un’altra operazione d’urgenza. <br />
Solo dopo aver ottenuto la cartella clinica, era saltato fuori il retroscena: contrariamente a quanto riportato nelle prescrizioni post operatorie indicate dall’oculista e consegnate dal paziente al suo medico curante, nei fogli risultava omessa la parte relativa all’errore commesso in sala operatoria e riportata invece, in un’altra scheda, in inglese.<br />
Un pasticcio che ha assunto i contorni dell’incredibile, non fosse altro perché la casistica non registra (almeno ufficialmente) casi dove, a fronte di un’evidenza e di un (presunto) errore, si è preferito descrivere quanto avvenuto con parole di una lingua straniera. A quale scopo? Forse preventivo, nel caso (come poi è accaduto) qualcuno traducesse in italiano quelle parole in inglese, oppure di fare sfoggio irrefrenabile dell’uso di terminologie scientifiche?<br />
Vallo a capire, comunque la risposta dovrà darla la procura dopo la denuncia presentata contro i medici dall’avvocato Eusebio Graziosi, legale di fiducia nominato dal pensionato, il quale a corredo dell’atto ha depositato sia l’esito del consulto specialistico effettuato presso una struttura di Roma ma anche una consulenza medica di parte che conferma le gravi lesioni permanenti provocate dall’intervento chirurgico. Che poi sono stati due e non uno soltanto. <br />
Al primo, dedicato alla cataratta, durante il quale è stato invertito il posizionamento del cristallino, ne era seguito un secondo, eseguito a distanza di alcuni mesi da un altro oculista per la rimozione dei punti, ma anche in questo caso si sarebbero verificati dei comportamenti negligenti che hanno finito per complicare ulteriormente la condizione clinica del paziente causandogli lesioni al tessuto corneale. Il pensionato, in seguito a tutta questa vicenda, ha riportato una cecità quasi totale all’occhio sinistro e nessuna operazione futura potrà restituirgli la vista.<br />
(Da ilmessaggero.it, 29/6/ 2012).

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