A De Carlo piace l’Esperanto

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ANTEPRIMA «VILLA METAPHORA» ROMANZO TRAGICO E GROTTESCO PERSONAGGI TYCOON, MARINAI TUTTOFARE, MANAGER E ARCHISTAR

Tutti in vacanza sull’isola che non c’è

De Carlo, in un ritratto fantastico le tante frustrazioni italiane d’oggi

di CINZIA FIORI

Alla fine tornano in mente il bianco a calce dell’edificio, le suite aggrappate alla roccia vulcanica, le sette terrazze a strapiombo sul Mediterraneo, il sole abbacinante. Andrea De Carlo ce li ha fissati nella memoria. Villa Metaphora, che dà il titolo al suo nuovo romanzo, è un nucleo isolato, iperreale e simbolico al tempo stesso, calato in un ambiente sublime. L’autore lo insedia a Tari, un’isola immaginaria vicino a Linosa. I selezionati clienti dell’architetto Perusato arrivano via mare. Cominciano introducendo i loro poco ariosi pensieri e terminano con un redderationem. L’onorevole Gnomi, addirittura, cerca di convincere Dio con la retorica della politica. Gli spiega che ora è abbastanza, che conviene smetterla con il cataclisma, perché lui ha compreso la lezione e dei «pochi» atti contro l’etica s’è pentito. Di scene grottesche, tragicomiche, patetiche, ma anche schiettamente comiche, il nuovo densissimo romanzo di De Carlo è ricco. Giunto alla soglia dei sessant’anni, lo scrittore torna a misurarsi, questa volta con successo, con la critica sociale. Lo fa con un testo che evoca tra gli antenati i Morality Play inglesi, immerge il lettore in un’allegoria del presente lunga 924 pagine. I personaggi in azione sono tipi umani della società contemporanea. A partire dall’archistar proprietario del complesso. Ossessionato dalla raffinatezza, insiste con la pace e le squisite frequentazioni, ma passerà tutto il tempo tormentato dai conti e dai tanti guai che insorgeranno. Quanto ai clienti, non si può dire che godano una serena vacanza. Sono tutti impegnati in liti furibonde, riunioni ad alta tensione, inseguimenti, salvataggi e persino scazzottate. Lynn Lou, capricciosa star americana e prematura esponente al resort della maleducazione internazionale, non fa che litigare con il marito. Lui, titolare di una società per la soluzione dei problemi altrui, visto che non riesce a risolvere i propri, ne va a cercare altri. La snobbissima signora Poulanc, giornalista francese in incognito, semina battute velenose, architetta scoop vendicativi, per poi mirare con pochi scrupoli e molta vanagloria direttamente al Pulitzer. Sono ben oltre il litigio i coniugi Reitt, considerato che lui, tycoon di una sorta di Bce, è in fuga da uno scandalo sessuale in procinto di esplodere. Dibatte incavolato con le ombre, urla al cellulare, strapazza il suo assistente. Affetto da superomismo «nazisteggiante», non arretra di fronte a nulla. Rappresenta la tracotanza del potere. Anche sotto la serenità degli anziani Cobanni, dediti all’utile gioco delle deduzioni su quanto sta accadendo, si cela un problemone. Soltanto Lara, la scenografa alternativa ai valori che la circondano, ha a che fare semplicemente con questioni amorose. Lo stesso vale per Paolo, ma lui, falegname-artista, fa parte dello staff. Come la sanguigna vice manager, amante dell’architetto, e come Carmine, il marinaio tuttofare, nato sul versante abitabile di Tari. Infine c’è Ramiro, lo chef di fama mondiale che, con la sua cucina tecno-emotiva, sembra riassumere in sé tutta la grottesca ricercatezza del luogo; e rimarca uno dei temi profondi del romanzo: il sempre più difficile equilibrio tra natura e artificio. La tipizzazione allegorica dei personaggi non comporta però la riduzione a caricature.
De Carlo dà loro corpo attraverso una forma di monologo interiore già sperimentato con efficacia nel romanzo precedente. Inoltre, ciascuno dei protagonisti ha un lessico proprio che attraverso caratterizzazioni stilistiche lo rende immediatamente riconoscibile. È un ambiente poliglotta, ciascuno parla il proprio idioma, perciò abbiamo anche frasi interpolate nelle diverse lingue europee. Un caso a parte è quello di Carmine. Per lui, che è devoto all’attrice americana e avrà un ruolo di importanza via via crescente, De Carlo inventa una specie di grammelot. Riesce a riprodurre le sonorità dell’italiano con una contaminazione creativa tra la nostra lingua e vocaboli ispirati da parlate straniere, così potrà «fantaseare» sulla «pulcherrima» e «astonante» «Dea», Lynn Lou, disposto com’è a baciarle anche le «schiossure» senza «haltarsi» neppure davanti al marito «blasfemante». La neolingua risulta ironica, a tratti comica, decisa espressiva, di buona tenuta com’è, s’inserisce perfettamente nel ritmo del racconto…
(Dal Corriere della Sera, 7/11/2012).

… Per il dialetto tarese, che parlano nell’isola, e che ha inventato di sana pianta, ha redatto una grammatica dalla quale attingere?
“L’improvvisazione non bastava, ho dovuto creare un sistema di regole per dare al tarese coerenza. Come succede spesso, ci sono volute solide basi per potermi poi divertire. Le lingue mi affascinano da sempre, comprese quelle artificiali, come l’esperanto”….
(Da “Scrivo, suono e ballo. Di solito a piedi nudi”, di Valeria Parrella, Grazia n. 46, 15/11/2012).




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