A Dakar i capi di stato africani hanno perso la poltrona di segretario della Francofonia.

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LEZIONE DI FRANCESE

di LUCIANA DE MICHELE, da Dakar (Nigrizia, gennaio 2015)

A Dakar i capi di stato africani hanno perso la poltrona di segretario dell’organizzazione a favore della canadese Jean. Una carica da sempre continentale. Intanto l’Oif si apre a temi economici, mentre la società civile chiede più mobilità nello spazio francofono e di non trasformare questo strumento nell’ennesimo tentativo egemonico di Parigi.

Più di 700 giornalisti accreditati, 23 capi di stato, 1.200 membri di delegazioni, circa 5mila partecipanti. Il XV summit dell’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif), che si è tenuto a Dakar il 29 e 30 novembre, ha sicuramente ostentato grandiosità in pompa magna. Come ha fatto, del resto, lo stesso Centro internazionale di conferenze inaugurato per l’occasione a Diamnadio, una trentina di chilometri dalla capitale, costato circa 78 milioni di euro, e che proprio durante il summit il presidente senegalese Macky Sali ha battezzato con il nome del segretario generale dell’Oif uscente, nonché ex presidente senegalese, Abdou Diouf. Tutta scenografia o anche sostanza?

A defìnirlo così è stato proprio Abdou Diouf nel suo discorso di apertura dell’Oif, organizzazione che raggruppa 77 paesi francofoni (di cui 20 osservatori) nei cinque continenti, ovvero il 13 della popolazione mondiale. Questa edizione si è preannunciata un po’ speciale per il ritorno simbolico, dopo il 1989, in terra senegalese: patria non solo di Diouf, ma anche del letterato e primo presidente Léopold Sédar Senghor, uno dei padri fondatori del progetto francofono. Se con Senghor la francofonia era più legata a un concetto linguistico e culturale come strumento di identità comune di una moltitudine di popoli, è stato Diouf a dotare l’Oif di una funzione anche politica di difesa della democrazia e dei diritti umani.

A caratterizzare questo summit sono stati, invece, la nuova impronta economica di cui l’organizzazione vuole dotarsi, il tema di discussione centrale dedicato ai giovani e alle donne, e l’elezione, dopo 12 anni, del nuovo segretario. La difficile scelta per tale incarico è ricaduta su Michaélle Jean, canadese di origine haitiana, ex giornalista e governatrice del Canada, unica donna e non africana tra gli altri quattro candidati (il mauriziano Jean Claude de l’Estrae, il congolese Henri Lopes, l’ex presidente del Burundi Pierre Buyoya e l’equato-guineano Agustin Nze Nfumu). La decisione ha pro-vocato molto scontento tra alcuni capi di stato africani e nella stampa senegalese, che l’hanno interpretata come una viola-zione delle regole non scritte dell’Oif, secondo cui il segretariato spetterebbe a un presidente africano, rappresentativo del continente che conta più paesi membri.

Uno spazio economico. Parlano chiaro i dati del rapporto dell’economista francese Jacques Attali sul potenziale economico dei paesi francofoni: in totale essi rappresentano il 16 del Pil mondiale, un tasso di crescita del 7 e il 14 delle riserve minerarie ed energetiche del pianeta. È per concretizzare la creazione di uno spazio economico francofono, che possa sfruttare questo enorme potenziale e sfidare l’inglese come lingua dominante nel mondo degli affari, che Macky Sali ha organizzato l’ 1 e il 2 dicembre a Dakar il primo Forum economico della francofonia: un momento di scambio sul tema per investitori, attori delle finanze ed esponenti di governo. A lavori conclusi, le proposte sono molteplici: tra le altre, l’istituzione di fondi di investimento francofoni, di partenariati pubblico-privati, di un Istituto francofono economico e di un visto francofono che permetta la libera circolazione di beni e persone in questo spazio condiviso. Al margine del forum, a muovere alcuni passi concreti è stato il Canada, finora poco presente nel panorama degli investitori in Africa, con la firma di accordi economici con Senegal, Mali e Costa d’Avorio. In Senegal il governo canadese si è spinto oltre, annunciando un finanziamento di 145 milioni di dollari per sostenere il sistema scolastico pubblico.

Francofonia di popoli o di stati?

Durante la settimana precedente il vertice si sono succeduti innumerevoli iniziative organizzate dai diversi operatori dell’Oif, dalle istituzioni o ancora dalla società civile cosiddetta francofona, confederata per ambiti di intervento, che si è riunita sotto i tendoni del Villaggio della francofonia allestiti al Gran Teatro di Dakar. Tuttavia, un’altra fetta della società civile si è resa portavoce di gran parte di quei 111 milioni di africani che l’Oif conta come francofoni, che in realtà parla poco o per niente il francese, non ne condivide la cultura o anzi interpreta la francofonia come uno strumento di neocolonialismo. «L’idea di grandezza della Francia è un’ossessione, che vuole riportare in auge dopo la decolonizzazione con dispositivi fantocci come la francofonia di cui si serve per estendere la sua influenza a livello internazionale. Noi africani dobbiamo sbarazzarci di questa eredità coloniale. Mai nel mondo un paese si è sviluppato con la lingua di un altro. Oggi stiamo lavorando a un progetto per valorizzare le nostre lingue e culture locali», afferma Daouda Gueye, membro del Comitato del contro-summit di Dakar. Tra chi aderisce allo spazio francofono, la lotta si porta avanti dall’interno: «La questione della diversità culturale e linguistica dev’essere più visibile nella francofonia. Alcuni sforzi si stanno sperimentando con programmi di bilinguismo di francese e lingue locali nelle scuole africane. Ma non basta. Se la francofonia vuol essere uno strumento di cooperazione culturale bisogna favorire la mobilità nello spazio francofono, non si può chiedere ai popoli una logica di métissage (meticciato) culturale e poi chiudere le frontiere», spiega Seydou Ndiaye, membro del Consorzio delle ong senegalesi (Congad).

Sembra, insomma, che nella realtà delle cose tanto resti da fare affinché la francofonia risulti, o almeno convinca di essere, una “francofonia dei popoli”, come Macky Sali l’ha definita durante l’evento, e non degli stati. Sempre che lo voglia o possa davvero. Intanto, l’appuntamento è al prossimo vertice in Madagascar nel 2016.

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La francofonia in cifre

71 paesi dell’Oif, di cui 20 osservatori e 3 associati (Qatar, Ghana, Cipro).

Francese: la lingua più parlata al mondo (dopo il mandarino, l’inglese, lo spagnolo e l’arabo-hindi). La sola, con l’inglese, a essere parlata nei 5 continenti, la 2a lingua più praticata nell’Ue (12, contro l’inglese al 38), la 4a lingua su Internet, 3a lingua d’affari, 2a lingua appresa con 125 milioni di studenti e 900 mila insegnanti.

274 milioni di francofoni nel mondo, di cui 54,7 africani Entro il 2060 si prevedono 767 milioni di’ francofoni.

Potenziale economico

16 del Pil mondiale

20 degli scambi commerciali

11 degli scambi culturali.




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