A colloquio con Luca Serianni

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Visioni A colloquio con lo storico della lingua Luca Serianni, in libreria con un pamphlet sulla sfida civile che attende la scuola

I dialetti? No, impariamo l’italiano

di Nuccio Ordine

Come si insegna l’italiano? Qual è lo stato di salute della lingua? Come dovrebbero essere le grammatiche e i manuali? Come si possono integrare lo studio dell’italiano e della letteratura? In quale misura il latino e il greco ci aiutano a capire le nostre radici culturali? E ancora: è ragionevole pensare all’inserimento dei dialetti nei programmi scolastici? Le opere italiane di Dante, Boccaccio, Leopardi hanno veramente bisogno di essere «ammodernate» in una lingua più «comprensibile»? A pochi giorni dalla riapertura delle scuole e delle università, le grandi questioni di fondo che animano l’insegnamento dell’italiano ritornano al centro dell’attenzione. Purtroppo il dibattito si svolge sempre più all’interno di un clima di sfiducia, provocato da una tendenza, ormai cronica, a ridurre progressivamente i finanziamenti alle scuole, alle università e alla ricerca. Come se la sacrosanta battaglia contro gli sprechi dovesse risolversi necessariamente in un disimpegno dello Stato verso la formazione delle nuove generazioni e verso la ricerca scientifica e umanistica. Del resto, i fatti parlano chiaro: è meglio spendere oltre due miliardi di multe per aver violato le disposizioni sulle quote latte che potenziare l’insegnamento e la ricerca. Gli interessi personali di un gruppo di «furbetti» allevatori valgono molto di più dell’interesse generale di un Paese che dovrebbe investire nell’educazione dei giovani. Proprio oggi Laterza pubblica un agile volume di Luca Serianni (L’ora di italiano. Scuola e materie umanistiche, pp. 121, Euro 9), in cui si discutono alcuni importanti interrogativi che ruotano attorno all’insegnamento della lingua e delle letteratura. Professore ordinario di Storia della lingua italiana
all’Università La Sapienza di Roma, accademico dei Lincei e della Crusca, Serianni è internazionalmente considerato come un grande esperto di storia linguistica italiana. La sua fortunata Grammatica italiana (Utet 1988, poi ristampata nella serie delle Garzantine), i suoi studi sulla lingua letteraria (La lingua poetica italiana, Carocci 2008) e i suoi numerosi interventi sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole testimoniano le sue vaste competenze e la passione civile. Per anticipare alcuni dei grandi temi affrontati nel suo saggio, abbiamo incontrato l’autore a Roma, prima della sua partenza per un giro di conferenze in Argentina. «Il dibattito sull’italiano – spiega Serianni – suscita sempre accese discussioni. La polemica sull’analfabetismo di massa che riguarderebbe i nostri studenti, sollevata da tanti recenti articoli di giornale, andrebbe probabilmente relativizzata, evitando di cadere nello sterile catastrofismo. Ciò detto, non bisogna neanche sottovalutare il fatto che purtroppo il lessico in possesso dei giovani è sempre più povero: si conosce poco il lessico astratto e si conoscono poco quelle parole meno usuali, ma non del tutto obsolete». «È difficile – continua lo storico della lingua – attribuire le responsabilità di questa situazione a una sola causa: la televisione o Internet o gli sms. Bisogna riconoscere, purtroppo, che nella giornata tipo dell’adolescente, come in quella dell’adulto, l’atto del leggere passa in secondo piano. Ci sono tante cose da fare. Si corre di qua e di là. La scuola potrebbe giocare un ruolo importante per educare gli studenti alla lettura». L’insegnamento della lingua, però, non deve essere fondato sulla esclusiva somministrazione di regole e tassonomie. «Uno dei difetti di alcune grammatiche – osserva Serianni – riguarda proprio l’astratta classificazione dei materiali. Sarebbe invece più fruttuoso far leggere ai giovani l’editoriale di un quotidiano o un saggio su una rivista per acquisire una maggiore conoscenza della prosa argomentativa. Anche l’interazione con la letteratura è importante. Pur facendo parte di due ambiti diversi, lingua e letteratura possono dar vita a un’ efficace sinergia: la lettura diretta dei testi può essere legata a una prospettiva storico-linguistica». Basti pensare a come una serie di parole assuma nel tempo significati completamente diversi. «Ai ragazzi – assicura Serianni – può interessare sapere che il termine "noia" in Dante non ha niente a che vedere con l’accezione moderna (assenza di stimoli, gradevoli o spiacevoli che siano): per il poeta fiorentino, infatti, la "noia", lontana da ogni sbadiglio, designa la sofferenza, la presenza di situazioni moleste…». Nonostante queste differenze, sarebbe insensato «tradurre», come alcuni hanno già fatto, i classici italiani «in italiano». «Mi sembra un’operazione sostanzialmente inutile – sottolinea lo storico della lingua – come ha egregiamente dimostrato Michele Loporcaro in un recente saggio su "Belfagor". La traduzione del Decameron di Busi è un’altra cosa rispetto al testo di Boccaccio: è una riscrittura operata da un romanziere contemporaneo. E così l’ammodernamento del Cortegiano, proposto da uno specialista come Amedeo Quondam, può veramente eliminare le difficoltà di lettura che un classico impone? Superare l’handicap linguistico può essere sufficiente ad avvicinare gli studenti ai grandi testi della nostra letteratura? Il vero ostacolo è la comprensione e l’interpretazione. Facciamo parlare i classici nella loro lingua…». Sulla delicata questione dell’insegnamento dei dialetti – più volte strumentalmente rilanciata negli ultimi anni da amministratori locali del Nord – Serianni non ha dubbi: «Nessuno vuole disconoscere la piena dignità espressiva dei dialetti. Ma è altra cosa proporli come disciplina di insegnamento. Quale dialetto bisognerebbe insegnare a scuola nel Veneto: il veneziano, il vicentino o il veronese? E poi: a discapito di quale disciplina? Quale materia andrebbe eliminata o depotenziata?». Un discorso a parte meritano le lingue classiche. «Il latino e il greco – sottolinea lo storico della lingua – sono una risorsa che non va perduta. Non bisogna studiarle per "allenare la mente" o perché considerate "lingue razionali" (la matematica o la filosofia, per esempio, funzionerebbero molto meglio). Vanno studiate soprattutto perché sono alla base delle nostre radici culturali e perché ci permettono, attraverso la proiezione del passato sul presente, di risalire a concetti con cui tuttora facciamo i conti: dai sistemi politici alle concezioni del bello…». Ma prima di lasciarci, lo studioso non nasconde la sua viva preoccupazione. La discussione sull’ ora di italiano investe soprattutto il ruolo della scuola e dell’insegnamento nella formazione dei futuri cittadini e della classe dirigente che governerà il Paese. «Tutti riconoscono – riflette Serianni – l’importanza della scuola, dell’ università, della ricerca. Ma poi le parole non si traducono sempre in fatti. Spetta soprattutto alla scuola educare i giovani alla lettura e all’ esercizio della critica. Quel che si fa a scuola non riguarda solp professori e studenti: riguarda il futuro della società, la sua capacità di rinnovarsi e crescere. Se si sfascia la scuola, si disintegra la società…».
(Dal Corriere della Sera, 9/9/2010).




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