A cent’anni dalla nascita di Samuel Becket

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Un lungo scritto con una lettera dello stesso Bekett per farci meglio apprezzare questo grande scrittore irlandese

di Giuseppe Brescia

A cent’anni dalla nascita di Samuel Beckett , nato a Dublino il Venerdì Santo del 1906 e morto a Parigi nel 1989 dopo aver conseguito il Nobel nel 1970, gazzette e riviste letterarie si sono diffuse in una memorialistica del grande drammaturgo narratore ed estetologo irlandese, non senza cadere in ripetizioni, ingenuità, ignoratio elenchi.

Tra i tanti contributi fioriti in questi tempi, il “Sole 24 Ore” di Domenica 12 marzo 2006 porge un fondo di Carlo Ossola , Beckett il silenzio va in scena, affiancato tra l’ altro da una Lettera inedita.Come le pause nere di Beethoven, diretta af Axel Kaun nel 1937.

In realtà, come amava dire il mio maestro di filosofia teoretica Raffaello Franchini, nulla vi è di più inedito dello stampato. Nel caso in specie, questa lettera non solo era stata edita in Disjecta.Miscellaneous Writings and a Drammatic Fragment, a cura di Ruby Cohn (John Calder, London 1983, pp. 51-54) con il titolo A German Letter, del 9/7/1937, ma era pure già tradotta integralmente da Aldo Tagliaferri nei Disiecta. Scritti sparsi e un frammento drammatico, primo volume della Collana “Autori classici”, edita da EGEA, Milano 1991 alle pp. 67-71 (altro non essendo la EGEA che la Casa delle Edizioni giuridiche economiche e aziendali della Università Bocconi di Milano, a due passi cioè dal giornale domenicale della Confindustria).

Si aggiunga che la traduzione procurata dal Tagliaferri nel1991 appare più fluida e perspicua rispetto a quella selettiva ora proposta da Christine Jacquet –Pfau e Carlo Ossola.

La lettera fu scritta ad Axel Kaun, conosciuto da Beckett durante il viaggio in Germania nel 1936 anche a seguito del suggerimento che l’ amico tedesco aveva rivolto a Beckett di tradurre le poesie di Joachim Ringelnatz, pseudonimo di Hans Botticher (1883-1934), marinaio, vetrinista, bibliotecario e comandante di dragamine oltre che attore di cabaret, per certi versi congeniale al Beckett ma non come poeta, che il critico e letterato irlandese definì invece “schiavo della rima”.

Ecco dunque il testo imperfettamente riedito dal prof. Orsola e dalla sua collaboratrice nella recente riesumazione inconsapevole del marzo 2006:

“Caro Axel Kaun,

mi ta sempre più difficile, per non dire insensato, scrivere nell’inglese ‘ufficiale’. E sempre più la mia lingua mi appare come un velo che bisogna lacerare per giungere alle cose (o al Nulla) che dietro si nascondono. La grammatica e lo stile: sono dovuti cadichi come un costume da bagno dell’epoca Biedermaier o come l’imperturbabilità di un gentleman. Una larva. Speriamo che venga il tempo, e già è giunto, grazie al cielo, almeno in certi circoli, in cui il miglior uso della lingua sarà con la più alta bravura mal usarla. E poiché non si può eliminarla d’un tratto, bisogna almeno nulla trascurare che possa contribuire al suo discredito. Trapanare in essa un buco dopo l’altro, finchè ciò che si rannicchia dietro –che sia qualcosa o nulla- cominci a trasudare, non posso rappresentarmi compito più alto per uno scrittore d’oggi.

O deve la letteratura rimanere sola su un vecchio cammino disertato dalla musica e dalla pittura? C’è forse qualcosa di così sacro da paralizzare nella ‘innaturalità’ della parola, che non si troverebbe negli elementi delle altre arti’? C’è mai qualche fondamento per cui questa materialità terribilmente arbitraria della superfice della parola non possa essere dissolta, come ad esempio la superfice del suono, inghiottita da enormi pause nere, nella 7° Sinfonia di Beethoven, che fa sì che per interi movimenti non possiamo nient’altro percepire che un vertiginoso abissi di silenzi tesi ad annodare, sul senza fondo, un sentiero di corde sonore?

|…| Sul cammino dunque di una desiderabile letteratura della non –parola qualsiasi forma di ironia nominalista può davvero essere uno stadio necessario. |…| Un precipite distruggere nomi, in nome della bellezza.

SAMUEL BECKETT”.

E’ questa, invece, la resa integrale, anche stilisticamente più armoniosa e coerente, proposta dallo specialista beckettiano Aldo Tagliaferri

..LETTERA TEDESCA DEL 1937

9/7/1937

6 Clare Street – Dublino – Stato Libero d’ Irlanda

Caro Axel Kaun,

la ringrazio molto per la sua lettera, giuntami mentre ero sul punto di scriverle. Poi dovetti viaggiare, come il francobollo maschio di Ringelnatz, sebbene in circostanze meno appassionate.

Sarebbe meglio se le dicessi subito e senza tergiversare che Ringelnatz, a mio giudizio, non vale la fatica. Sicuramente lei non sarà più sorpreso di sentirmelo dire di quanto io lo sia nell’ affermarlo.

Ho letto da cima a fondo i 3 volumi, ho scelto 23 poesie e ne ho tradotte due come campioni. Il pocoche hanno perso di necessario nel processo può essere valutato, naturalmente, solo in rapporto a quanto avevano da perdere e devo dire di aver trovato questo coefficiente di perdita di qualità molto basso, anche in quei luoghi in cui egli è più poeta e meno schiavo della rima.

Dal che non consegue che un Ringelnatz tradotto per un pubblico inglese non possa riscuotere interesse e successo. Ma sotto questo profilo sono totalmente incapace di esprimere un giudizio, poiché le reazioni del pubblico, sia ristretto sia ampio, stanno diventando ai miei occhi sempre più enigmatiche e, il che è peggio, sempre meno importanti. Non posso infatti liberarmi, almeno quando si tratta di letteratura, dalla ingenua alternativa per cui un argomento deve essere degno o non degno di interesse, E se dobbiamo guadagnare dei soldi ad ogni costo, facciamolo in altro modo.

Non dubito che, come persona, Ringelnatz sia straordinariamente interessante. Ma come poeta sembra aver condiviso l’ opinione di Goethe: è meglio scrivere NULLA che non scrivere affatto.Anche il Gran Consigliere Ducale avrebbe tuttavia concesso al traduttore di sentirsi indegno di questo grande Kakoethe.

Sarei lieto di spiegarle più dettagliatamente il mio disgusto per la furia con la quale Ringelnatz crea le sue rime, se lei ambisse a capire Ringelnatz, ma per il momento la risparmio. Forse lei apprezza quanto me le orazioni funebri.

Forse potrei anche informarla circa le poesie che ho scelto e mandarle le prove di traduzione.

Sono sempre lieto di ricevere una sua lettera. Mi scriva dunque il più frequentemente e dettagliatamente possibile. Insiste che dovrei fare la stessa cosa in inglese ?Si annoia a leggere le mie lettere in tedesco come io mi annoio a scriverne in inglese ? Mi spiacerebbe se lei sentisse che esiste tra noi qualcosa come un contratto che io debba onorare .Mi aspetto una risposta.

Per me sta diventando sempre più difficile, perfino insensato, scrivere in un inglese ufficiale. E la mia lingua mi sembra sempre più un velo che occorre strappare per pervenire alle cose ( o al Nulla ) celate oltre di esso. Grammatica e stile.

A me sembrano diventati inattuali come un costume da bagno vittoriano o l’ imperturbabilità di un vero gentiluomo. Un a maschera. Speriamo che venga il tempo, grazie a Dio già giunto in alcune cerchie, in cui il linguaggio sarà usato al meglio laddove sarà maltrattato con la massima efficienza. Siccome non possiamo eliminare d’ un colpo solo il linguaggio, dovremmo almeno non tralasciare nulla che possa contribuire a farlo cadere in discredito. Farvi un foro dopo l’ altro finchè incominci a filtrare ciò che si cela oltre di esso, si tratti di qualcosa o di nulla; per uno scrittore non posso immaginare, oggi, una meta più alta.

Oppure la letteratura deve attardarsi nelle vecchie indolenti pratiche che sono già state abbandonate tanto tempo fa dalla musica e dalla poesia ? Nella natura perversa della parola c’ è qualcosa di paralizzantemente sacro che non sia rintracciabile tra gli elementi propri delle altre arti ? C’ è qualche motivo per cui la terribile materialità della superficie verbale non sia in grado di dissolversi, come per esempio la superficie sonora, spezzata da enormi pause, della settima sinfonia di Beethoven, cosicché per intere pagine non possiamo percepire se non un sentiero di suoni sospesi ad altezze vertiginose, colleganti insondabili abissi di silenzio ? Mi aspetto una risposta.

So che esistono persone, persone sensibili e intelligenti, per le quali il silenzio non scarseggia: posso solo desumerne che sono duri d’udito. Perché nella foresta dei simboli, che non ci sono, gli uccelletti dell’interpretazione, che non c’è, non stanno mai zitti.

Naturalmente, per il momento dobbiamo accontentarci di poco. Da principio può trattarsi solo di trovare in qualche modo un metodo mediante il quale possiamo rappresentare questo atteggiamento derisorio nei confronti della parola, attraverso le parole. In questa dissonanza tra i mezzi e il loro uso forse diventerà possibile sentire un sussurro di quella musica finale, o di quel silenzio, che costituisce il fondamento di tutto.

A mio giudizio l’ultima opera di Joyce non ha assolutamente niente a che vedere con questo programma. Là sembra piuttosto trattarsi di una apoteosi della parola. A meno che, forse, l’Ascensione al Cielo e la Discesa in Inferno siano, in qualche modo, una cosa sola. Quanto sarebbe bello poter credere che le cose stiano davvero così. Ma per il momento vogliamo limitarci alla mera intenzione.

Forse i logografi di Gertrude Stein sono più vicini a quanto ho in mente. Almeno la tessitura del linguaggio è diventata porosa, anche se, purtroppo, solo per caso, e in conseguenza di una tecnica simile a quella di Feininger. La sfortunata signora (è ancora viva?) certamente è ancora innamorata del suo veicolo, quantunque solo nel modo in cui un matematico è innamorato delle sue cifre; un matematico per il quale la soluzione del problema costituisce un fatto di interesse del tutto secondario, al quale invero la morte delle sue cifre deve sembrare assolutamente spaventosa. Stabilire un rapporto tra questo metodo e quello di Joyce, come è di moda, mi sembra tanto insensato quanto il tentativo, del quale per il momento non so nulla, di confrontare il nominalismo ( nel senso scolastico) col realismo.

Sulla via che porta a questa Letteratura della non parola, per me tanto desiderabile, qualche forma di ironia nominalistica può costitutire una fase necessaria, ma non basta perché il gioco perda parte della sua sacra gravità. Esso dovrebbe cessare. Agiamo dunque come quel matematico pazzo (?) che usava un criterio di misura diverso ad ogni passo del suo calcolo. Un assalto contro le parole in nome della bellezza.

Nel frattempo non faccio nulla. Ho solo la consolazione di tanto in tanto, di peccare, nolente o volente, contro una lingua straniera, come mi piacerebbe fare – e farò – con piena consapevolezza e intenzione contro la mia, Deo juvante.

Cordialmente suo

Devo restituirle il volume di Ringelnatz?

Esiste una traduzione inglese di Trakl? “

Se questo è il testo 1937 della lettera di Beckett dimenticato e nient’ affatto inedito né in originale né in italiano, certo anche il prof. Ossola ( e, con lui, la critica e memorialistica beckettiane più recenti ) non possono far a meno di rilevare il debito dello scrittore irlandese verso la lezione scabra e “ petrosa “ di Dante, quindi sulla linea Dante… Bruno.Vico..Joyce ( dopo .. Croce ).

Riprendo la trama delle ricerche su Joyce dopo Joyce ( Joyce Beckett e il sostrato crociano comune; Beckett e l’ estetica ‘multidirectional’), che valorizzano la dissertazione parigina del 1929, scritta sotto l’ influsso del ‘maestro’ Joyce, nel contesto più ampio degli studi di estetica e critica letteraria.

Già il Silenzio in scena riporta al dantesco Belacqua, esemplare modello delle “giaciture di silenzio”, come Beckett le chiama nel saggio Dante e l’ aragosta ( Dante and the Lobster del 1932 ). Dante è presente nelle poesie de Le ossa di Eco, dove il poeta vate è puro pensiero, sin dalla lirica Alba: “Prima della cresta del giorno tu sarai presente/ e Dante e il Logos e tutti gli strati e tutti i misteri / e la luna di macchie d’ infamia / occultate dalla bianca parete di musica / che susciterà la tua presenza avanti la cresta del giorno”.

Si può ricordare, in proposito, il canto II del Paradiso; come l’ Inferno è rievocato in Malacoda, altra lirica della stessa raccolta. Mentre Vita Nova e Commedia entrano al centro del poemetto beckettiano Sanies ii. Dante torna costantemente nei romanzi della maturità, come nel Bordello cui allude la fine di Malone muore, nel 1951. Dove attrae Beckett il dramma dell’ Antipurgatorio, come dilemmatica condizione sospensiva dell’ animo, in bilico tra dannazione e riscatto, modo dell’ attesa e mondo dell’ aspettativa (Godot, forse ?)

Sono i canti e le figure dell’ attesa che s’ imprimono indelebilmente sull’ operazione letteraria e fantastica di Beckett: lo stare di Belacqua, su tutti, come colui che “sedeva e abbracciava le ginocchia / tenendo ‘l viso tra esse basso”.Affascinante e di grande incidenza ermeneutica è, per me, in special modo, il “ va e vieni” ( di ascendenza desanctisiana e crociata ) che ritroviamo nell’ apologo antelucano che sigilla Per finire ancora: “Va e vieni nell’ ombra, dall’ ombra interiore all’ ombra esteriore / dal sé impenetrabile al non-sé impenetrabile passando né dall’ uno né dall’ altro / come tra due rifugi al rischiaro le cui porte appena ci si avvicina si chiudano dolcemente , e appena ci si volti ancora si dischiudano dolcemente / ritornare e ripartire chiamati e respinti / senza distinguere il luogo di passaggio, velato da quel balugino o dall’ altro / solo brusìo i passi che nessuno ascolta / fino ad arrestarci infine una volta per tutte ,/ per tutte assente da sé e d’ ogni altro / nessun brusìo infine / allora dolcemente luce senza declino su questo né uno né altro impercepito / questa indicibile dimora”.

Dacchè: “O frate, l’ andar su che porta ?”

Ma la formula etico-estetica del “va e vieni”, come “TEMPO altamente drammatico e oscuro alla critica”, “tempo del va e del vieni”, era stata brillantemente adottata da Francesco De Sanctis nel capitolo sulla “Commedia” della sua Storia della letteratura italiana ( ed, Croce-Parente, Bari 1940, vol. I, p. 163, a proposito del Dante giovanile. Prima ancora del saggio di Jean-Pierre Ferrini, Dante et Beckett ( Hermann, Paris 2003 ), avevo tematizzato questo Leit-motiv all’ interno della più vasta categoria della “dialettica delle passioni” e della sua mediazione con il concetto della “prospettiva”.

Là dove in “Non fu sì forte il padre”.Letture e interpreti di Croce (Galatina 1978, pp. 52-56) avevo osservato: ”Certo , codesto momento del ‘passaggio’, con quanto di dolore e di gioia, abbattimento ed esaltazione, entusiasmo della fatica ed ansia di liberazione, esso comporta, è la fucina del mondo, “il tempo oscuro alla critica e altamente drammatico”, il tempo del “va e vieni”, che non per nulla ha sempre affascinato ed affascina storici e critici, filosofi e poeti, e perfino ricercatori ed eruditi, quando sottopongono ad attiva meditazione i pazienti ed oscuri risultati delle loro indagini; e sul piano storico-culturale , la fortuna degli studi sui periodi giovanili dei classici del pensiero e dell’ arte, è una delle forme particolarmente vistose di tradurre ed incanalare, più o meno consapevolmente , in un genere storiografico un interesse strettamente categoriale”.

Questo medesimo interesse Beckett traduce e traspone in termini di poetica drammatica e lirica, sia pure quant’ altri mai radicali e perentori, in grado di ribadire non solo il reciso rifiuto di ogni tentazione allegorizzante o simbolica, ma di approdare alla condizione dell’ umana impenetrabilità, quale è detta in Finale di partita: “Clov, bisogna che tu riesca a soffrire meglio di così, se vuoi che si stanchino di punirti un giorno”.

Forse e senza forse, lo stesso Beckett, che a Parigi setacciava la Biblioteca Nazionale e altri istituti di cultura su invito esplicito da parte di Joyce a fornirgli materiali filologici-etimologici-filosofici, in procinto di essere immessi nelle prospettive pluridirezionali del ‘maestro’ ( onde mi piacerebbe recuperare la definizione che Ortega y Gasset avrebbe di lì a poco dato dell’ uomo come ‘animal etymologicum’ ne L’ uomo e la gente ); lo stesso Beckett, come aveva utilizzato a più riprese Vico e Croce, la “Critica” del 1928, con la decisiva postilla, citata in italiano, su La forma poetica dello spirito e gli altri studi della Poesia di Dante del 1921; così ben poteva aver letto – specie su Dante – le pagine della Storia di Francesco De Sanctis, pietra miliare chiusa nel 1870 della critica e storiografia letteraria; tanto evidente risulta il calco a proposito della definizione del momento preparante ogni disposizione creativa o comunicativa, dantescamente quanto icasticamente detto del “va e vieni”.

Ma subentrano altri cenni a Dante e per Guido Cavalcanti, detto “gran maestro” in Ex Cathezra, gioco di parole su Make it New. By Ezra Pound ( sempre nei Disjecta, pp. 77-79 ). O nella critica al Dante vivo di Giovanni Papini, all’ interno del saggio Papini’s Dante ( ivi, pp. 80-81 ).

E si allarga, su Dante, anche parlando del Proust, sempre al precipuo scopo di invalidare radicitus, dalle fondamenta, ogni pretesa veritativa del “simbolismo”: “Chi non ha la forza di uccidere la realtà non ha la forza di crearla” ( Proust, Sugarco, Milano 1974, p. 82 ).

Lo stesso Proust “ammira gli affreschi dell’ arena di Padova, perché il loro simbolismo è trattato come una realtà, speciale, letterale, concreta, che non è la mera trascrizione pittorica di un a nozione” ( probabile allusione alla tecnica raffinatissima del Book of Kells, custodito al Trinità College di Dublino ). Ma, allora e sempre – oppone Beckett – “crocianamente”. “ Dante, ammesso che si possa affermare sia fallito in qualche punto, fallisce nei suoi personaggi puramente allegorici, come Lucifero, il Grifone del Purgatorio e l’ Aquila del Paradiso, il cui significato è puramente convenzionale ed estrinseco, Qui l’allegoria fallisce, come deve sempre fallire nelle mani di un poeta” ( ivi, p. 83 ).

Altro che “ hidden crocianism”, come per giusta prudenza ermeneutica avevo affermato. Qui il sostrato crociano appare chiarissimo ! estendendosi e confermandosi per le altre interpretazioni del saggio su Proust e della tesi del 1929, Dante…Bruno.Vico..Joyce, a ricaduta della crociata Poesia di Dante del 1921.

Si può dire che la critica dell’ allegoria è stata condotta alle radici teoretiche e metodologiche dal Croce ( la cui Estetica ritenne un ufficio rivoluzionario in ambito europeo e in direzione antipositivistica, rivendicando con forza l’ autonomia dell’ arte); mentre il Beckett, che pure la conobbe e riprese, a volte espressamente a volte tacitamente, la fece sua nelle radici etiche e relazionali, con tanto maggior convinzione , da immetterla nella propria personale visione ed esperienza del mondo, sul presupposto oramai indiscusso della dottrina critica ed estetica crociana, la quale veniva fornendo l’ addentellato filosofico alla propria poetica, apparentemente assai distante negli esiti e negli approdi maturi.

Si arriva al silenzio, al nastro di Kapp e al “finale di partita” ( conclusione dell’ itinerario personalissimo di Beckett ). Ma non va dimenticato che il grimaldello metodologico per tali frutti ed esperienze radicalmente paralizzanti, è stato il rifiuto del simbolismo e dell’ allegoria, la espunzione della pretesa di trovare un senso recondito negli eventi e nelle figure. Onde, se torniamo alla lettera tedesca del 1937, da cui siamo partiti, dopo la necessaria chiarificazione ermeneutica, scopriamo meglio, con l’ aggancio teorico, la insopprimibile attualità della lezione beckettiana, se pure per vie a prima vista imprevedibili o non del tutto esplorate.

Ad esempio, Beckett scrive ad Axel Kaun: “So che esistono persone, persone sensibili e intelligenti, per le quali il silenzio non scarseggia: posso solo desumerne che sono duri d’ udito. Perché nella foresta dei simboli, che non ci sono, gli uccelletti dell’ interpretazione, che non c’è, non stanno mai zitti”.

Se pensiamo alla foresta dei simboli, che non ci sono in Leonardo da Vinci e nei suoi capolavori, che non rimandano ad “altro”, di esoterico, misterioso, criptico e via dicendo ( bastando per la loro interpretazione una soda cultura storica ed estetica , da Goethe a Raggianti ): simboli che invece sono stati insistentemente applicati alle sue opere dagli odierni “uccelletti dell’ interpretazione” ( ciarlatani di turno ); troviamo, ecco, una ragione di attualizzazione sorprendente nella scomoda lezione di Beckett.

E quanto gioverebbe il silenzio in tanto dilagare di mitografie e superfetazioni!

http://www.andrialive.it/News/news.aspx?idnews=11535[addsig]




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