2050: parleremo tutti inglese

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2050: parleremo tutti inglese
di Michele Scozzai, “Focus” n. 117/2002

Già oggi se ne serve quasi un miliardo di persone. Fra mezzo secolo sarà la metà del Pianeta
è la lingua ufficiale per l'85% delle organizzazioni internazionali. La parlano quasi 650 milioni di persone, un miliardo la studiano o l'hanno studiata. Ormai gli esperti non hanno più dubbi: entro il 2050 l'inglese sarà parlato da almeno la metà della popolazione mondiale. E in Italia le previsioni non sono diverse. Dice il sociologo Sabino Acquaviva: “L'Unione Europea non può fare a meno di una lingua unica e questa non può che essere l'inglese: col tempo sostituirà l'italiano e le altre lingue nazionali”. Al momento, poco più di 22 mila docenti insegnano l'inglese al 76,83% degli italiani fra i 6 e i 19 anni: nel '95 erano appena il 55%, nel 2007 saranno il 100% degli allievi delle scuole medie. È proprio vero, dunque, come scrive il saggista Paolo Brera, che fra un secolo in Italia si parlerà solo Inglese? “Non sarei così categorico” risponde Paolo Balboni, studioso di glottodidattica all'Università Ca' Foscari di Venezia “la lingua è anche e soprattutto un elemento di identificazione e scompare solo se si estingue la comunità che la parla: l'inglese, quindi, impoverito nel vocabolario e nella grammatica, diventerà la lingua del fare, quella usata sul lavoro. Ma per vivere e in famiglia, continueremo a servirci dell'italiano ancora a lungo”. Malgrado le resistenze nazionaliste (soprattutto in Francia, Germania e recentemente in Spagna ci sono state proteste contro espressioni inglesi entrate nell'uso comune, come citycall e holiday) dovremo insomma rassegnarci a studiare tutti l'inglese. Ma, sorpresa, sarà meno faticoso e frustrante di come è stato fino a oggi. Stanno infatti per arrivare nuove tecniche di insegnamento che promettono di essere molto più rapide ed efficaci. Senza contare che, per conversazioni più semplici e monotematiche, saranno presto pronti anche traduttori vocali istantanei.
Dice Balboni: “Le tradizionali lezioni d'aula, con l'insegnante che parla e 15‑20 allievi che ascoltano, servono a poco. Non per questo, però, se ne può fare a meno. Anzi: per imparare le basi della grammatica e della sintassi e qualche vocabolo chiave, prima di passare a metodi più innovativi ed efficaci, una trentina di ore possono risultare essenziali, soprattutto per chi parte da zero. Ma i gruppi devono essere omogenei e composti da non più di 4‑5 persone e i libri da cui si studia devono contenere il minimo necessario”. Inoltre, il confronto con il docente deve essere continuo, per evitare che le persone si annoino: e questo vale soprattutto per gli adulti, che difficilmente alla fine di una giornata di lavoro memorizzano più del 15‑20% di quanto ascoltano. Importante, poi, qualunque sia il metodo prescelto, è la frequenza delle lezioni (più che la loro durata): “Alcuni anni fa” continua Balboni “abbiamo svolto una ricerca con un gruppo di bambini delle elementari e abbiamo scoperto che quelli che partecipavano a 5 interventi settimanali di mezz'ora imparavano meglio di chi entrava in aula per 3 ore 2 volte alla settimana”. Anche essere fan di Michael Jackson, navigare in Internet o vivere in una città turistica può aiutare. Ma se si vuole imparare bene una lingua, bisogna studiarla per almeno 3 ore alla settimana.
Negli ultimi 5 anni si sono moltiplicati i siti Internet e i cd‑rom per studiare le lingue. Ma sono efficaci? Secondo gli esperti, solo in parte. “L'obiettivo di molti corsi” dice Jeffrey Earp, dell'Istituto tecnologie didattiche del Cnr “è di potenziare sempre più l'autoapprendimento, anche con strumenti che consentano il controllo della pronuncia e dell'intonazione. Ma la possibilità di ricorrere a un tutor, magari via Internet, resta fondamentale”. Insomma, per quanto si possa interagire con il computer, difficilmente si potrà raggiungere l'autonomia linguistica senza l'assistenza di un docente in carne e ossa per almeno qualche ora al mese. “Una persona” spiega Balboni “che aiuti l'allievo a capire perché ha sbagliato, e non solo dove”. Indagini recenti hanno dimostrato che se ci sono motivazione e costanza, e il prodotto è di alto livello, il metodo multimediale funziona nel 70% dei casi, soprattutto per quanto riguarda la comprensione scritta e orale (un po' meno per la capacità di scrivere). Ma altri sistemi possono essere affiancati ai cd‑rom: guardate, per esempio, uno spezzone di film in lingua inglese e tentate di capirne i dialoghi; quindi rivedetelo con i sottotitoli in lingua originale, poi con i sottotitoli in italiano. Alcuni giorni più tardi, infine, di nuovo senza sottotitoli (prodotti analoghi esistono già su Dvd). Ripetete l'esperimento e i risultati non mancheranno. “Non sforzatevi, invece, di seguire il telegiornale della Cnn se non ne siete ancora in grado” mette in guardia Earp. “Non solo non aiuta, ma capire poco può demotivare e convincere l'allievo che l'inglese non fa per lui. Meglio una soap opera o uno spot pubblicitario, con immagini e scene di vita quotidiana”.
Tra i nuovi metodi in sperimentazione, quello che sembra promettere risultati più incoraggianti è il cosiddetto “Clil” (Content and language integrated learning: cioè apprendimento integrato di lingua e contenuti): dopo qualche decina di ore, il 90% degli allievi è in grado di comprendere e farsi comprendere. Il metodo è al momento adottato in via sperimentale solo in poche scuole del nord (all'avanguardia è l'istituto superiore “Malignani” di Udine) e consiste nel tenere lezioni di biologia, matematica o storia in lingua inglese. A partire dal terzo anno, quando cioè già esistono discrete basi grammaticali e sintattiche, l'insegnante spiega la propria materia servendosi di poster, oggetti e simulazioni. Dall'altra parte della cattedra, concentrati su un esperimento di chimica o su un circuito elettronico, ci si dimentica che la lezione è in inglese. E l'attenzione rimane alta grazie alle esercitazioni e al fatto che gli argomenti trattati fanno parte del normale programma di studio (e dunque bisogna conoscerli).
Per gli adulti, qualcosa di simile s'inizia a fare in alcune aziende, con riunioni di lavoro in inglese e l'aiuto di videocassette e diapositive: i dipendenti rimangono concentrati a lungo e imparano più che in qualunque corso tradizionale. Balboni dà un consiglio: “Evitate docenti e relatori esclusivamente di madrelingua: non lo fanno apposta, ma la loro pronuncia, le loro espressioni, sfumature e abbreviazioni possono avvilire e confondere gli allievi”. A casa, l'uso di un corso multimediale, la lettura frequente di riviste o siti inglesi sui propri hobby possono scacciare il rischio di una conoscenza linguistica approssimativa.
Un altro sistema, poco utile per chi vuole imparare a scrivere, ma eccezionale per chi si accontenta di fare conversazione, è la cosiddetta tecnica del silenzio. A parlare non è il docente, ma gli allievi. L'insegnante si limita a mimare situazioni descritte su poster appesi al muro, a mostrare fotografie e, di tanto in tanto, a intervenire per correggere la pronuncia. Il resto lo fa chi deve imparare: con il sostegno di poche ma fondamentali regole grammaticali ben visibili in aula, deve maneggiare matite, libri o altri oggetti e scambiare opinioni con il vicino di banco (sempre in inglese), descrivendo le proprie azioni (per esempio: “Andrea, take the yellow pen and give it to Maria”, prendi la penna gialla e passala a Maria) o traducendo brevi testi con l'intuito e l'aiuto dei compagni (naturalmente senza vocabolario). Così, spiegano gli esperti, gli allievi usano sia l'emisfero destro del cervello (quello dedicato alle attività motorie) e sia quello sinistro (che memorizza ciò che l'occhio vede): il risultato, nella stragrande maggioranza dei casi, è che si apprendono poche parole e formule grammaticali. In compenso si è in grado di ordinare un pranzo o chiedere informazioni a Londra. E più si parla, più s'impara.
Pressoché sconosciuto in Italia, ma frequente in altri Paesi europei, il metodo “tandem” è il migliore se si vuole imparare a scrivere in inglese o in altre lingue. Con un po' di tenacia, funziona quasi sempre. La tecnica che si può adottare è semplice: due studenti o lavoratori di nazionalità diversa si scambiano per posta elettronica testi scritti nella lingua dell'interlocutore e si impegnano a correggerli e a rispedirli al mittente. Due i vantaggi: l’insegnante è un coetaneo o un pari grado e quindi non mette in soggezione; e poi c'è la necessità di mettersi nei panni del compagno per capirne gli errori e poterli spiegare nella maniera più adeguata. Dopo una decina di scambi, assicurano i ricercatori, sarete in grado di scrivere correttamente una lettera.
Ideata dallo psicoterapeuta bulgaro Georgi Lozanov negli anni '60, la suggestopedia è stata per anni la tecnica con cui si insegnavano le lingue agli agenti del Kgb. Solo di recente è stata proposta al pubblico, con risultati sorprendenti. Una studentessa italiana che l'ha sperimentata a Mosca, dopo pochi giorni di lezione ha raccontato: “Non so che cosa stiano facendo alla mia testa, ma capisco i telegiornali locali. E fino a qualche settimana fa non conoscevo una sola parola di russo”. Diffusissimo in Germania e Usa e quasi sconosciuto in Italia (dove esiste però un'associazione, l'Ainms), il metodo suggestopedico si basa sull'ipotesi che, quando siamo rilassati e il ritmo cardiaco è rallentato, il nostro cervello è in grado di assorbire una grande quantità di informazioni. Stando ai dati delle scuole tedesche e russe, gli allievi imparano a parlare una lingua da 5 a 50 volte più velocemente e, soprattutto, con una percentuale di successo del 90%.
I partecipanti (12 al massimo) ascoltano il docente che, lentamente, legge una storia. In sottofondo una musica rilassa i partecipanti, che possono seguire la recita da uno stampato (tradotto).
Alle pareti ci sono disegni, fotografie e poche fondamentali regole grammaticali. Il testo diventa a mano a mano più difficile, ma l'allievo non ne risente. Anzi, dimentica di trovarsi a un corso. Può intervenire, fare domande (sempre in lingua straniera) e nessuno baderà ai suoi errori di grammatica. 3‑4 ore al giorno, per una settimana, consentono di fare progressi enormi. Una nota: il metodo suggestopedico non ha niente a che fare con chi promette di insegnare una lingua facendo ascoltare un nastro nel sonno. Quest'ultima tecnica, infatti, è completamente inefficace. Perché, come spiega lo psicoanalista Mauro Cosmai, “se un’informazione non è percepita in maniera chiara, non viene neppure codificata a livello cerebrale e quindi non viene memorizzata”.
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alonsopatonzo
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È proprio vero, dunque, come scrive il saggista Paolo Brera, che fra un secolo in Italia si parlerà solo Inglese? “Non sarei così categorico” risponde Paolo Balboni, studioso di glottodidattica all'Università Ca' Foscari di Venezia “la lingua è anche e soprattutto un elemento di identificazione e scompare solo se si estingue la comunità che la parla: l'inglese, quindi, impoverito nel vocabolario e nella grammatica, diventerà la lingua del fare, quella usata sul lavoro. Ma per vivere e in famiglia, continueremo a servirci dell'italiano ancora a lungo”. Malgrado le resistenze nazionaliste (soprattutto in Francia, Germania e recentemente in Spagna ci sono state proteste contro espressioni inglesi entrate nell'uso comune, come citycall e holiday) dovremo insomma rassegnarci a studiare tutti l'inglese. Ma, sorpresa, sarà meno faticoso e frustrante di come è stato fino a oggi. Stanno infatti per arrivare nuove tecniche di insegnamento che promettono di essere molto più rapide ed efficaci. Senza contare che, per conversazioni più semplici e monotematiche, saranno presto pronti anche traduttori vocali istantanei.<BR> Dice Balboni: “Le tradizionali lezioni d'aula, con l'insegnante che parla e 15‑20 allievi che ascoltano, servono a poco. Non per questo, però, se ne può fare a meno. Anzi: per imparare le basi della grammatica e della sintassi e qualche vocabolo chiave, prima di passare a metodi più innovativi ed efficaci, una trentina di ore possono risultare essenziali, soprattutto per chi parte da zero. Ma i gruppi devono essere omogenei e composti da non più di 4‑5 persone e i libri da cui si studia devono contenere il minimo necessario”. Inoltre, il confronto con il docente deve essere continuo, per evitare che le persone si annoino: e questo vale soprattutto per gli adulti, che difficilmente alla fine di una giornata di lavoro memorizzano più del 15‑20% di quanto ascoltano. Importante, poi, qualunque sia il metodo prescelto, è la frequenza delle lezioni (più che la loro durata): “Alcuni anni fa” continua Balboni “abbiamo svolto una ricerca con un gruppo di bambini delle elementari e abbiamo scoperto che quelli che partecipavano a 5 interventi settimanali di mezz'ora imparavano meglio di chi entrava in aula per 3 ore 2 volte alla settimana”. Anche essere fan di Michael Jackson, navigare in Internet o vivere in una città turistica può aiutare. Ma se si vuole imparare bene una lingua, bisogna studiarla per almeno 3 ore alla settimana.<BR> Negli ultimi 5 anni si sono moltiplicati i siti Internet e i cd‑rom per studiare le lingue. Ma sono efficaci? Secondo gli esperti, solo in parte. “L'obiettivo di molti corsi” dice Jeffrey Earp, dell'Istituto tecnologie didattiche del Cnr “è di potenziare sempre più l'autoapprendimento, anche con strumenti che consentano il controllo della pronuncia e dell'intonazione. Ma la possibilità di ricorrere a un tutor, magari via Internet, resta fondamentale”. Insomma, per quanto si possa interagire con il computer, difficilmente si potrà raggiungere l'autonomia linguistica senza l'assistenza di un docente in carne e ossa per almeno qualche ora al mese. “Una persona” spiega Balboni “che aiuti l'allievo a capire perché ha sbagliato, e non solo dove”. Indagini recenti hanno dimostrato che se ci sono motivazione e costanza, e il prodotto è di alto livello, il metodo multimediale funziona nel 70% dei casi, soprattutto per quanto riguarda la comprensione scritta e orale (un po' meno per la capacità di scrivere). Ma altri sistemi possono essere affiancati ai cd‑rom: guardate, per esempio, uno spezzone di film in lingua inglese e tentate di capirne i dialoghi; quindi rivedetelo con i sottotitoli in lingua originale, poi con i sottotitoli in italiano. Alcuni giorni più tardi, infine, di nuovo senza sottotitoli (prodotti analoghi esistono già su Dvd). Ripetete l'esperimento e i risultati non mancheranno. “Non sforzatevi, invece, di seguire il telegiornale della Cnn se non ne siete ancora in grado” mette in guardia Earp. “Non solo non aiuta, ma capire poco può demotivare e convincere l'allievo che l'inglese non fa per lui. Meglio una soap opera o uno spot pubblicitario, con immagini e scene di vita quotidiana”.<BR> Tra i nuovi metodi in sperimentazione, quello che sembra promettere risultati più incoraggianti è il cosiddetto “Clil” (Content and language integrated learning: cioè apprendimento integrato di lingua e contenuti): dopo qualche decina di ore, il 90% degli allievi è in grado di comprendere e farsi comprendere. Il metodo è al momento adottato in via sperimentale solo in poche scuole del nord (all'avanguardia è l'istituto superiore “Malignani” di Udine) e consiste nel tenere lezioni di biologia, matematica o storia in lingua inglese. A partire dal terzo anno, quando cioè già esistono discrete basi grammaticali e sintattiche, l'insegnante spiega la propria materia servendosi di poster, oggetti e simulazioni. Dall'altra parte della cattedra, concentrati su un esperimento di chimica o su un circuito elettronico, ci si dimentica che la lezione è in inglese. E l'attenzione rimane alta grazie alle esercitazioni e al fatto che gli argomenti trattati fanno parte del normale programma di studio (e dunque bisogna conoscerli).<BR> Per gli adulti, qualcosa di simile s'inizia a fare in alcune aziende, con riunioni di lavoro in inglese e l'aiuto di videocassette e diapositive: i dipendenti rimangono concentrati a lungo e imparano più che in qualunque corso tradizionale. Balboni dà un consiglio: “Evitate docenti e relatori esclusivamente di madrelingua: non lo fanno apposta, ma la loro pronuncia, le loro espressioni, sfumature e abbreviazioni possono avvilire e confondere gli allievi”. A casa, l'uso di un corso multimediale, la lettura frequente di riviste o siti inglesi sui propri hobby possono scacciare il rischio di una conoscenza linguistica approssimativa.<BR> Un altro sistema, poco utile per chi vuole imparare a scrivere, ma eccezionale per chi si accontenta di fare conversazione, è la cosiddetta tecnica del silenzio. A parlare non è il docente, ma gli allievi. L'insegnante si limita a mimare situazioni descritte su poster appesi al muro, a mostrare fotografie e, di tanto in tanto, a intervenire per correggere la pronuncia. Il resto lo fa chi deve imparare: con il sostegno di poche ma fondamentali regole grammaticali ben visibili in aula, deve maneggiare matite, libri o altri oggetti e scambiare opinioni con il vicino di banco (sempre in inglese), descrivendo le proprie azioni (per esempio: “Andrea, take the yellow pen and give it to Maria”, prendi la penna gialla e passala a Maria) o traducendo brevi testi con l'intuito e l'aiuto dei compagni (naturalmente senza vocabolario). Così, spiegano gli esperti, gli allievi usano sia l'emisfero destro del cervello (quello dedicato alle attività motorie) e sia qu
ello sinistro (che memorizza ciò che l'occhio vede): il risultato, nella stragrande maggioranza dei casi, è che si apprendono poche parole e formule grammaticali. In compenso si è in grado di ordinare un pranzo o chiedere informazioni a Londra. E più si parla, più s'impara.<BR> Pressoché sconosciuto in Italia, ma frequente in altri Paesi europei, il metodo “tandem” è il migliore se si vuole imparare a scrivere in inglese o in altre lingue. Con un po' di tenacia, funziona quasi sempre. La tecnica che si può adottare è semplice: due studenti o lavoratori di nazionalità diversa si scambiano per posta elettronica testi scritti nella lingua dell'interlocutore e si impegnano a correggerli e a rispedirli al mittente. Due i vantaggi: l’insegnante è un coetaneo o un pari grado e quindi non mette in soggezione; e poi c'è la necessità di mettersi nei panni del compagno per capirne gli errori e poterli spiegare nella maniera più adeguata. Dopo una decina di scambi, assicurano i ricercatori, sarete in grado di scrivere correttamente una lettera.<BR> Ideata dallo psicoterapeuta bulgaro Georgi Lozanov negli anni '60, la suggestopedia è stata per anni la tecnica con cui si insegnavano le lingue agli agenti del Kgb. Solo di recente è stata proposta al pubblico, con risultati sorprendenti. Una studentessa italiana che l'ha sperimentata a Mosca, dopo pochi giorni di lezione ha raccontato: “Non so che cosa stiano facendo alla mia testa, ma capisco i telegiornali locali. E fino a qualche settimana fa non conoscevo una sola parola di russo”. Diffusissimo in Germania e Usa e quasi sconosciuto in Italia (dove esiste però un'associazione, l'Ainms), il metodo suggestopedico si basa sull'ipotesi che, quando siamo rilassati e il ritmo cardiaco è rallentato, il nostro cervello è in grado di assorbire una grande quantità di informazioni. Stando ai dati delle scuole tedesche e russe, gli allievi imparano a parlare una lingua da 5 a 50 volte più velocemente e, soprattutto, con una percentuale di successo del 90%.<BR> I partecipanti (12 al massimo) ascoltano il docente che, lentamente, legge una storia. In sottofondo una musica rilassa i partecipanti, che possono seguire la recita da uno stampato (tradotto).<BR> Alle pareti ci sono disegni, fotografie e poche fondamentali regole grammaticali. Il testo diventa a mano a mano più difficile, ma l'allievo non ne risente. Anzi, dimentica di trovarsi a un corso. Può intervenire, fare domande (sempre in lingua straniera) e nessuno baderà ai suoi errori di grammatica. 3‑4 ore al giorno, per una settimana, consentono di fare progressi enormi. Una nota: il metodo suggestopedico non ha niente a che fare con chi promette di insegnare una lingua facendo ascoltare un nastro nel sonno. Quest'ultima tecnica, infatti, è completamente inefficace. Perché, come spiega lo psicoanalista Mauro Cosmai, “se un’informazione non è percepita in maniera chiara, non viene neppure codificata a livello cerebrale e quindi non viene memorizzata”.<BR></FONT></DIV><A href="http://aygum.com/"></A></DIV>[addsig]

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